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The Hot Zone (National Geographic)



“Andare al Livello 4 è come nascere. Vieni spogliato fino alla tua nuda essenza ed emergi in un ambiente strano ed ostile”

Siamo in Kenya nel 1980, sconfinati paesaggi si protraggono al nostro sguardo, poi un corvo entra in una casa, sale su una tavola semi imbandita, l'inquadratura si sposta su una sedia rovesciata per terra e su di un uomo che sta visibilmente male e viene trasportato in aereo verso l'ospedale più vicino. Parte da qui “The Hot Zone”, la nuova serie di National Geographic che ci racconta dell'avvento del virus dell'Ebola in quegli anni. La serie infatti è tratta da una storia vera e basata sull'omonimo romanzo di Richard Preston. Di certo non si può dire che le immagini non siano raccapriccianti e non stiamo qui a raccontarle, ma le prime scene fanno decisamente venire il voltastomaco, ma la cosa che notiamo fin da subito e che salta all'occhio è la presenza della sempre splendida Julianna Margulies nel ruolo della dottoressa Nancy Jaax. Quando compare la nostra protagonista lo show si è già spostato 9 anni avanti nel tempo, qui, un virus altamente infettivo senza cure conosciute compare per la prima volta nel Livello 4 dell'Institute of Infectious Diseases, dove Nancy lavora e cerca in tutti i modi di fermare il diffondersi del virus in questione.



Divisa in 6 episodi la forza dello show è, come spesso ormai avviene, il cast, ma anche il dietro le quinte non è da meno: trasportato in tv da James V. Hart già sceneggiatore di film come “August Rush” e “Epic” e con la produzione esecutiva di Ridley Scott, che non ha bisogno di presentazioni, la serie si concentra volutamente sulla nostra protagonista e su questa malattia che diventa per lei una vera ossessione. Nel cast anche il marito di Nancy, Jerry (Noah Emmerich), tenente colonnello, e il mentore della donna, il Dott. Wade Carter (Liam Cunningham). Topher Grace invece interpreta un personaggio davvero esistito, il Dott. Peter Jahrling, capo della sezione dei patogeni virali emergenti dell'Istituto Nazionale di allergie e malattie infettive degli Stati Uniti. I dialoghi sono molto interessanti, nemmeno una parola della serie va sprecata e il modus operandi del Pilot ci permette di recepire tutte le informazioni necessarie per capire al meglio la meccanica degli eventi. Siamo di fronte ad un thriller? Così ci è stato presentato, ma è visibilmente più un horror con un inizio lentissimo, che cresce altrettanto lentamente fino agli ultimi due episodi claustrofobici. “The Hot Zone” è anche una serie scientifica, che serve per non creare allarmismi inutili nel telespettatore e questa è una cosa tipica delle serie National Geographic che servono anche come insegnamento, diventando in parte dei veri e propri documentari.



C'è abbastanza suspence, ma anche notevoli lacune nella trama, che forse risulta troppo pretenziosa e a tratti talmente eccessiva nella drammaticità da divenire quasi ilare. Paragonandola a “Chernobyl”, serie della HBO di cui ci siamo occupati non molto tempo fa, uscita quasi in contemporanea con  “The Hot Zone”, il paragone crolla miseramente, perché sotto l'aspetto tecnico/registico la serie della HBO splende di luce propria, qui invece la regia pecca un po' ed in più la trama della serie HBO era strutturata in maniera tale da essere volutamente piena di senso e di pathos, qui invece è una agonia, una sofferenza costante, si finisce la visione di ogni episodio con una tristezza addosso indescrivibile.

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