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Emanuele Dabbono - Leonesse


La facilità di scrittura, la versatilità, la passione per la musica, collocano Emanuele Dabbono tra gli autori italiani più influenti negli ultimi anni. Sue sono le hit di successo – già disco d'oro e di platino – scritte per Tiziano Ferro (vedi “Il Conforto”). Poi però l'amore per il palco e l'interazione con i musicisti, hanno fatto il resto, ovvero 'piazzare' il cantautore ligure in una sorta di “terra di mezzo” nella musica italiana. Quello di Dabbono è un percorso lungo, dai palchi condivisi con importanti musicisti anche internazionali, poi il terzo posto al primo X Factor. Il suo pop rock è lineare ma col piglio deciso, vivo – forse preso in prestito dal suo primo amore Bruce Springsteen - di chi vuole mangiarsi il pubblico, darsi completamente. Dopo l'ultimo album inedito “Totem”, pubblicato nel 2017, si presenta con un disco registrato magistralmente dal vivo al Teatro La Claque di Genova, dal titolo “Leonesse”, come quelle donne forti, “feroci” come lui stesso definisce le sue creature, le sue canzoni. Non solo. Dabbono è anche una voce, una bella voce, pulita al punto giusto, graffiante quando vuole esserlo, melodica fino alle viscere. Emanuele Dabbono fa ancora un passo avanti per proporre la sua musica che merita una grande attenzione. Un secondo lavoro targato OrangeHomeRecords che cerca di imprimere live il suo marchio minimal e ci riesce in pieno. Ad accompagnarlo, validi compagni di viaggio: Marco Cravero, Fabrizio Barale, Michele AloisiFabio BialeGiuseppe Galgani, Matteo Garbarini e Gianka Gilardi. Regia Serena Merega, riprese di Guido Scaglia; missato e registrato da Raffaele Abbate. 



“Piano”: “Vengo da quei ritorni a casa che in fondo crescono con te, dove una rondine si posa dove ti porta via con sé... vengo dal sangue di mio padre, dal cuore di mia madre”, una chitarra che arpeggia ipnotica e l'instancabile battere di mani del pubblico sembra un dolce sfondo che culla la malinconia, intaccata solo dall'assolo di elettrica.

“Le onde”: le chitarre alternano ritmo, palm mute e armonici, le pause lasciate “in bàlia” di Dabbono danno ampio respiro al pezzo energico: “Ti vedevi a Dublino ma l'estate è scordata, fa paura la pioggia, fa paura la vita... ogni nuvola è un trucco, il cielo è bucato, chi ha rubato le stelle non l'hanno più trovato”. Il violino di Fabio Biale colora il brano così come tutto il pezzo di quel mood che Dabbono vuole cercare con coscienza: il sound irish.

“E tu non ti ricordi”: è mesta, viene cantata sofferta: “Quando mi hai detto ci innamoriamo per caso, se restiamo è per scelta” sembra il prologo di “Buona (Cattiva) Sorte”, un amore forte e duraturo, che supera dolori e sapori agrodolci... la velata ballad viene sostenuta da una sezione ritmica che non vede l'ora di esplodere, e lo fa sul finale in maniera assolutamente naturale...

“Capo di Buona Speranza”: riesplode La Claque che accoglie un folk curioso: “Passeranno le mentalità, delle paure anche l'eredità, ogni bugia con la scadenza... ma se hai coraggio, il tuo coraggio conterà” e tanta positività e grinta. In coda il lungo “botta e risposta” col pubblico per un finale “Pata Pata” in ricordo di Miriam Makeba.

Siberia”: “Se fossi nata donna sarei stata più intelligente come quelle Leonesse che ho visto lottare” 6 corde e violino in evidenza così come la batteria di Gianka Gilardi che scalda gli animi e dona un assolo notevole. Una canzone “donna” che scritta da un uomo ha ancora più valenza.

“Scritto sulla pelle”: si apre con le morbide corde toccate da Marco Cravero. Sonorità suadente tra spanish e pop nostrano: “Scritto sulla pelle proprio dietro le mie spalle c'è il tuo nome fra le stelle che il cielo si è tatuato”. Testo molto semplice, la parte strumentale però fa un gran lavoro e nella seconda parte cambia ritmo, accelera e il violino nervoso di Biale si sposa perfettamente con l'acustica di Cravero in un crescendo musicale sublime.

“Treno per il Sud”: fa ritornare la modalità irish, un vero e proprio viaggio tra le “scogliere”, “con in tasca il prossimo biglietto per il tuo treno per il Sud”. Come la più nota “locomotiva” gucciniana, Dabbono – e in primis violini e chitarre - ci proietta su un treno nelle vaste praterie d'Irlanda...

“Pacifico”: ha una bella base pop rock spezzata dai violini e da un incedere in levare: “Vedo il giallo di quel sole, ubriaco in mezzo al grano, il rosa delle mie guance da bambino...” un altro viaggio, un'altra tappa anche se, come lui canta: “E' a Genova il destino”...

“Le cose che sbaglio”: prende avvio in stile “Walk on the Wild Side” di Lou Reed procedendo verso un folk d'oltreoceano arricchito dai riff e da ottimi musici: “Non dovrei preoccuparmi di capire che anche quando penso che non mi somigli granché, io non sono poi molto diverso da te”.

“Mio padre”: Dabbono racconta un episodio di quando era bambino e giocava a calcio, poi prosegue così: “Mio padre forte come una quercia, mio padre ha gli occhi grigi del cielo sui laghi, ha le rughe di chi ha visto il mare scoppiare”. E sono lacrime, a volte amare, a volte d'amore. Una canzone commovente per far pace con un padre che è andato via troppo presto, quando si è giovani e ribelli, quando si sbatte una porta in più. Poi si cresce e si capiscono tante cose. Fare il figlio non è semplice ma fare il genitore è anche più complesso. La musica è flebile e lascia il palco a Emanuele, discretamente.

“Alla fine”:... inizia con un assolo, dove i musicisti hanno lo spazio, che non avevano nel brano precedente, per esprimersi: “Ho una notte di troppo e un sogno di meno, conto i passi da me all'anima e mi sporco un po' il cuore a soffrire di te... qualche volta con le ali inciampo” e la ballad folkeggiante è molto godibile.

“Mostar”: il basso è suadente, le guitar felpate come la voce del nostro: “Cacciarsi un dito in gola e immaginare di avere dato tutto tranne il dolore che ti serve per scrivere” e forse sarà uno dei tanti segreti che portano il cantautore a comporre i suoi brani.

“Corpi”: Con furore al via “Corpi da nascondere, corpi sull'altare, corpi in corsia, corpi in trincea, dentro un vagone di una ferrovia...” muscoli e braccia, rock e blues, groove e assolo distorto... tutto questo per descrivere la penultima track del disco.

“Ci troveranno qui”: è il brano che, diversi anni fa, ha consegnato Dabbono al grande pubblico di X Factor - allora ancora in Rai - e lui lo canta con la consapevolezza che sia una “bandiera”, non solo generazionale, una canzone di pancia e di cuore: “Ci troveranno in una radio accesa dentro agli occhi di una sposa nel silenzio di ogni cosa tanto prima o poi... ci troveranno qui”, reinterpretata folk.


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