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Joker di Todd Phillips


"- Smettila di ridere pezzo di maniaco, sta bruciando la città per quello che hai fatto! - Lo so, non è bellissimo?"

Arthur Fleck, un immenso Joaquin Phoenix, sogna di fare il comico, mentre mantiene se stesso e la madre malata facendo il clown e parla dei suoi problemi con una psichiatra. Personalità borderline e tendente all’autolesionismo, Arthur comunque, sembra resistere e si sforza di sorridere agli altri e alla vita. Tutto ciò ha vita breve.



L’anima del Joker di Todd Phillips infatti si rivela già in una delle  sequenze iniziali che per certi versi è riconducibile a Ladri di Biciclette, quando ad Arthur, che fa il clown per strada  per pubblicizzare un negozio, viene sottratto il cartello con cui lavorava da una banda di ragazzini.  Lui li rincorre e in cambio subisce la reazione violenta della baby gang. Qual’è il senso si chiede, non sa darsi risposte, perché il senso non c’è: "- Sono io o tutti quanti stanno impazzendo?". In queste immagini di rara potenza e intensità ci sono le coordinate da seguire per entrare dentro lo spirito di vendetta di Arthur e il messaggio del film, che non potrebbe essere più chiaro: La società è profondamente ingiusta, e non tollera chi non si allinea sui dettami del progresso regresso, una società senza valori, fagocitata dalla televisione e dal consumismo, non c’è posto per il diverso, per il malato, per il povero. Arthur reagisce, prodotto di questa società vuota. non potrebbe fare altrimenti, al punto da scatenare un risveglio delle coscienze assopite, quasi senza volerlo, al punto da provocare una vera e propria rivolta, con le stesse armi del nemico, ovvero la violenza. Inutile dire che lo spettatore è tutto dalla parte di Arthur, con l’empatia che si taglia a fette, perché sotto sotto è capitato un pò a tutti, di subire le angherie del mondo o non capire il senso di certe dinamiche, e avere voglia di ribellarsi.



Eppure c’è di più, perché scavando a fondo nel personaggio, è palese che il Joker sia in guerra coi suoi demoni, che derivano da un'infanzia drammatica, che cerca quasi di scacciare con una risata continua, perché happy era la parola d’ordine. E come un bambino, ormai adulto, chiede il perché delle cose che gli succedono, perché la gente si comporta così, non ha risposte, perché non c’è un perché, non c’è senso. E il riso, finto, nervoso, ostentato… si fa ghigno per una realtà dove esistono solo i cattivi e i buoni chissà se sono mai esistiti. Tutto eccellente, a cominciare dall'interpretazione da Oscar di Phoenix, alla classe di Robert De Niro, alla meravigliosa fotografia Ann '80 di Lawrence Sher,  per una regia che procede di metafora in metafora per esplicitare il fatto che siamo pedine di un meccanismo troppo grande e complicato per capirlo, che siamo come in un treno merci, in un continuo sali e scendi di scatole dentro altre scatole, per un'illusoria e irreale felicità.
"- Spero solo che la mia morte, abbia più senso della mia vita".

Peccato che nella versione italiana, alcuni frammenti di testo.. tra lettere, giornali, diari, cartelle cliniche, etc.. vengano mostrati direttamente in italiano, senza sottotitoli, mentre in altri casi rimane il "documento" originale.

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