“Alchemy” è l'album del produttore musicale partenopeo Antgul, ora “volato” a Los Angeles, che è un mix di elementi, molecole, processi di trasformazione, cicli continui e rigeneranti, una continua evoluzione techno. Le 7 note come i 7 chakra, una vera e propria “alchimia sonora” che hanno l'intento di portare l'ascoltatore in altre dimensioni. “Alchemy” è un’opera che trasmette eclettismo, è un marasma di suoni che si intrecciano e creano per noi fruitori una sorta di tunnel immaginifico dal quale una volta entrati è difficile uscire. L’esperimento di Antgul è “decadente” ed innovatore allo stesso tempo: decadente perché tanto psichedelico e viaggiante, perché mira ad una sorta di nichilismo mentale per portare alla pienezza dell’assoluto; innovatore perché propone un minimal techno in una salsa nuova, un minimal techno non solo mentale e alla tedesca (Apparat, Paul Kalkbrenner, ecc.), un minimal techno che ha il sapore dell’ancestrale e dello sperimentale allo stesso tempo grazie all’apporto di un ambient interpretato in modo tutto personale ed alla presenza di glitch e di “svarioni” sonori tanto ponderati.
“Heartbeat” è un vero e proprio “colpo al cuore”, un mix di campionamenti robotizzati che sembrano fare da apripista a “Fade Away” che è più dinamico ed ambient, anche se sempre “asettico”. Solo nella seconda parte il brano cambia pelle con l'inserimento di un pianoforte che rende il pezzo più etereo... Spaziale è “Radioisotope” incalzante e più puramente techno. “Astra” è un “Ritorno al futuro” mentre si attraversa il viaggio nel tempo, metallico e sospettoso. “Strings Enigma” arriva non a caso, con le sue corde morbide, è la vera essenza dell'alchimia che crea pace, benessere. Un intro che è un ossimoro col pezzo stesso e col resto del disco, ma comunque molto piacevole, proprio in quanto contrastante. “Crystals and Voices” ha un bell'incedere melodico, sospeso, nonostante i loop di batteria e l'elettronica distorta. A chiudere l'album, la track list “Alchemy” che concentra tutto il concetto sovra-dimensionale racchiuso nell'album ma anche i giochi con i singoli strumenti campionati, le pause, gli spazi, il “rompere le righe” per destabilizzare.
Un viaggio folk, dal sapore d'Oltreoceano quello di Matteo Nativo in "Orione" ( RadiciMusic Records) , per seguire una stella, la più luminosa, per non perdersi e per tornare a casa. Perchè è bello il viaggio, ma è anche più dolce il ritorno. Matteo Nativo per la prima si cimenta con un album di inediti e ci arriva ad un'età indubbiamente matura e consapevole oltre che con ottimi compagni di avventura: Francesco Moneti (violino), Bob Mangione (armonica), Michele Mingrone (chitarra), Lele Fontana (piano e hammond), Elisa Barducci e Claudia Moretti (cori) e con l'apporto e la voce della cantautrice Silvia Conti. Perdersi. Dicevamo. Ed è da qui che il nostro inizia questo concept musicale, con " Che ora è" , raccontando la separazione dalla moglie, del senso di sconfitta e del caldo afoso che opprime, giusta condizione di sopraffazione: "Non so che ora è, che giorno è, di questa estate che...". E' raro fare uscire come singolo una cover, ma...

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