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Umberto Palazzo, la recensione de L'Eden dei lunatici


L'estate che passa e che può, che deve necessariamente tornare, è questo il momento migliore per ascoltare e meglio apprezzare il nuovo album di Umberto Palazzo. In questo dicembre, per forza di cose malinconico ma carico di speranze.

Umberto Palazzo in L’Eden dei lunatici viaggia a ritroso scandagliando immagini ancora vivide nella sua memoria di ragazzo. Siamo di fronte per più di un verso a un vero e proprio concept sull’adolescenza del nostro, che è databile intorno alla fine degli anni settanta, che pian piano diventa uomo.

Umberto racconta le sue estati nella riviera adriatica e guarda oggi da uomo maturo il ragazzo dell’epoca e quello che gli girava intorno. Lo fa con uno sguardo dolce, mai nostalgico, ma con la lucidità dell’uomo di oggi che si racconta come in un film, andando a ricreare il sound e il mood dell’epoca.

Lo fa anche a ben vedere con un certo pudore, senza per così dire sporcare alcuna immagine, in una sorta di bozzetto incantato. Il tutto è decisamente minimal, anche il cantato sembra dire agli ascoltatori: maneggiare con cura. 

Palazzo apre l’album con “Il moscone”: languida e sinuosa, un inno alla giovinezza che non è perduta e che può sempre ritornare. Il concetto è bene espresso da queste due frasi che a parer nostro dicono tutto: “Cara Giulia certo ho visto anche io Travolti dal destino” e “Cara Gilia neanche a lei piace il lockdown” dove passato e presente si abbracciano.  

“La riviera”: nella frase “Fellini qui non è venuto mai” c’è tutto un mondo e ci sono Ivan Graziani, Mogol, Rino Gaetano “nella riviera che non dorme mai” un godibilissimo funky morbido. 

“La baia”: è sempre funk ma che procede ipnotico e marziale, “trovate qualcuno che vi parli di noi che conosca le storie di quei vecchi ragazzi che non ci sono più”, una frase che dice tutto e disegna un mondo ciclico, che si ripete.

“L’unica ricchezza”: è un brano avvolgente e intenso, coi synth a colorare l’atmosfera, quasi a sublimazione della malinconia:  “io canticchio a mezza voce che non c’è futuro” per quel ragazzo povero del sud.

“L’Eden dei lunatici”: la title track è un brano "sospeso" un pò come le interminabili partite a carte "a chi bara di più", dove emerge ancora come nel brano precedente l’umiltà e la fierezza di una coscienza sociale che va formandosi: “è un anno molto buono non si parla di cambiali” per un liberatorio funky dance nel ritornello.

“Rita qualcosa”: folk ballad filastrocca decisamente divertente, ampiamente godibile, con un testo bellissimo: “e c’è questo ragazzo timido, bravo ragazzo di città è gentile non è stupido Rita qualcosa ci farà la campagna ti rende pratica e cresci più della tua età i fotoromanzi sono favole non esistono nella realtà”.

“Incontri misteriosi”: ripetitiva e a tratti dissonante è un pò l’altra faccia della medaglia del brano precedente, in un mood che ne rispecchia appieno il titolo: “dobbiamo raccontarcelo davanti a un caffè è andato tutto a rotoli ma lo sapevi già”.

“Mare di notte”: un blues a chiusura del cerchio, qui, Umberto canta con voce profonda con la melodia che si dipana nel ritornello. Qui forse il ragazzo del sud torna al paese natio dopo che è stato in città e fatica a trattenere le emozioni, perché in qualche modo riconosce se stesso abbracciando i suoi paesaggi: “il momento sacro in cui dal treno vedi il mare e senti che qualcosa in te rinasce”.


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