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Pierpaolo Marino, la recensione di "Senza Controllo"


Un secondo lavoro discografico intimo, potente, arriva a sconvolgere i giorni di pandemia di Pierpaolo Marino, cantautore siciliano che mancava alla scena musicale dal 2012. Quegli “8 brevi racconti” d’esordio, sono diventati un album maturo, “Senza Controllo”, testualmente visionario, uno schiaffo alla realtà più brutale. Musicalmente, Marino si lascia avvolgere dall’elettro folk, dall’indie rock che lo connota ma senza mai accomodarsi su una sonorità ben precisa anzi, sperimentando e viaggiando tra funk, beat, swing, mood anni ’70 che Marino riesce a far propri e a filtrare con la propria penna e capacità espressiva. Ecco perchè si accosta metaforicamente - lungo tutto il disco - all'Universo, alle stelle, alle meteore, proprio per non fissarsi in un punto specifico e invece vagare lì dove lo spazio e il tempo si annullano.
Ad accompagnarlo in questo percorso, il produttore Paolo Messere della Seahorse Recordings e i musicisti Dario Li Voti alla batteria, Dario Silvia al piano e Anthony Mannone al basso che sono riusciti nell’intento di capire il vestito sonoro che Marino ha voluto cucirsi addosso. 


“Smartphone” è insidiata da synth che azzerano lo spazio-tempo, un tappeto dinamico e sinuoso anni ’70, mood alla Calibro 35, fino all’ingresso della voce effettatamente distorta e coinvolgente di chi non vuole essere “in linea”:Sai cosa ti dico io, non ne parliamo più, quello che volevo io non me lo hai dato tu…” l’equilibro instabile di “ristabilire un contatto” ma non via etere, è l’amore liquido baumaniano che viviamo. “Io me ne vado sempre quando è troppo presto, quando comincio a divertirmi” dà il via alla title track “Senza controllo” in cui l’autore cammina sul filo tra follia e razionalità, dove “mi arriva solo noia”… verso la paranoia, un “castello fragile fatto di sostanza… per quel che ne resta”, la voglia di “andare via”… e l’elettrica che riffeggia fa il verso alla vocalità suadente di Marino. Un concentrato onirico il mood elettro-rock fluido. 

“In orbita” fluttua con un funk beat anni ’70, uno dei primi Bowie: “Mi cerchi ancora spogliandoti davanti ai miei occhi finché si alzerà una nuova marea…” allusivo è il ricordo di lei da cancellare per… ricominciare.


Giochi di sintetizzatori aprono “Pulsar”, il primo singolo dell’album in cui il nostro si sente sopraffatto dai “vostri qualunquismi, dalle banali dicerie, da tutti quei sofismi” e come per “Smartphone” le sonorità eteree riescono a dare il miglior senso possibile al testo fino a quando non entra il bridge strumentale per far respirare il pezzo: “Ma tu abbracciami, lo vedi siamo come due satelliti che gravitiamo vicini ma liberi e respiriamo la stessa inquietudine”… dei giorni sospesi che stiamo vivendo. Finale lasciato ad un ‘solo’ distorto perfetto per congedarsi… 

Intimo e spoglio di tutto “Bonsai”, un bel valzerino toccato appena dalla batteria leggiadra di Li Voti, il piano hammond di Silvia velatamente distorto a contrasto: “Tutte le volte che sbadigli insieme a me, copri le tue gambe con un plaid” il frammento di un amore da vivere nella sua semplice quotidianità. 


Spinte funky nel curioso “Hype”, possente nella sua sezione ritmica dove - ma ciò è una peculiarità di tutto il disco - i bassi abbondano come scelta stilistica, probabilmente. E qui il basso fa un gran lavoro sui fianchi: “Ho bisogno di fuggire via da questa alienazione anche se a volte ci gioco un poco su, mi dà soddisfazione” fino a bruciare di idee e di solitudine… senza controllo, appunto. Sul finale si può notare l’ingresso differente dei suoni in cuffia. 

Da colonna sonora spaziale e anni ’80 “Martini e Napalm”, i suoni elettronici e le chitarre si dipanano senza mai sovrastare la voce, anzi è un tutt’uno: “Vieni a darmi il tuo veleno in un Martini Dry senza farti accorgere” con un testo che è un sogno lucido, a metà strada tra torpore e alterazione disinibita, figlia sempre dell’alienazione di cui parla Pierpaolo Marino. L’unica cosa da fare è lasciarsi andare. 

“Vivo da sempre tra i viali di Chernobyl anche se non c’è più nessuno intorno a me, streghe, incantesimi, piogge di acidi…” canta Marino in “Per mille anni” e tutto intorno può ‘cadere incantevole’ come dicono i Subsonica, perchè è l’amore che salva sempre. Testo molto attuale per una visione lucida e futurista. La batteria procede in un valzer facendo però un gran lavoro in scioltezza. Finale recitato dalla calda e cupa voce del cantautore siciliano… 


Cupamente folk rock “L’idea del sangue”: “… e scoprire una parte di me, quel che manca sono pezzi di te e raggiungerti dentro una favola, ritrovarci da soli anche se noi da soli non si può più vivere” , intima e lancinante, profonda fino alle viscere, lirica e smorzata dalla successiva “Lieve”, con l’acustica che torna, a dispetto delle canzoni precedenti, protagonista. E Drake insegna, ma è bravo Marino a virare e imprimere il proprio stile: “Ma non vedi che è già buio, la notte è scesa giù come una palla di neve che rotola lievemente” e si lascia andare tra “le voci che si mischiano” per non soccombere. 


L’album si chiude con “Un secolo fa” scritta dall’autore Paolo Navarra e riarrangiata da Pierpaolo. Uno swing retrò suadente che vive diversi momenti e non è mai fine a se stesso, prendendosi tutte le pause, gli spazi strumentali, i cambi di tonalità necessari: “Ma c’è un pensiero che ti supera, ritorna esteso, è una voragine, che non ti avverte più, ti esaspera, gonfia il tuo disegno erotico…”  più che una canzone è un brivido di oltre 5 minuti in cui voglia e paura si mischiano e “mai più sarà lo stesso…”



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