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La donna alla finestra, la recensione del film di Joe Wright

 



“Chi tenta il suicidio perde il diritto di scherzarci su”

“Adesso sei un tuttofare, credo fossi un cantautore - Ragione perché sono un tuttofare”

“Devi voltare pagina - Chiunque altro può voltare pagina, io no””

“Voglio tornare indietro voglio fare le cose in maniera diversa e non posso”

 La donna alla finestra di Joe Wright è un omaggio manieristico al cinema di Hitchcoock, più formale che di sostanza. Nel senso che il film rende più visivamente che per climax, tensione narrativa. Di tensione ce ne è davvero poca, così come sequenze tra virgolette disturbanti, è invece salvo il parteggiamento per la protagonista, (tipico della cinematografia di Hitchcock)  che causa malattia (agorafobia) e scarso uso delle cure (niente psicofarmaci oppure abbinati ad alcool) non risulta credibile alla polizia che interviene alle sue copiose denunce riguardanti le vicende di una famiglia che abita nel palazzo di fronte . Man mano che viene fuori il passato della protagonista, i nodi vengono al pettine e si districano uno dietro l’altro un pò troppo velocemente e alla fin fine, il risultato finale lascia un pò l’amaro in bocca. Perché protagonista a parte interpretata da Amy Adams, gli altri personaggi potevano essere sviluppati meglio. Tratto dal libro di grande successo di di A. J. Finn, pseudonimo dello scrittore Daniel Mallory e con un cast di primo ordine: Gary Oldman, Julianne Moore, Wjatt Russel,  La donna alla finestra, alla fine è un classico thriller psicologico che resta in superficie e non scava a fondo come avrebbe potuto e dovuto ma non è colpa della trama, che è ricca di colpi di scena, anche se alcuni abbastanza prevedibili, ma di come è stata trasposta sullo schermo la materia letteraria. L’errore forse è stato il cercare di rendere il tutto il più lineare possibile. Troppo. Peccato.

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