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Vasco Brondi, la recensione di Paesaggio dopo la battaglia


Paesaggio dopo la battaglia, il primo album di inediti a nome Vasco Brondi, è un lavoro che rispetto agli altri, firmati come La luce della centrale elettrica, segna differenze precise, in termini in primis di atmosfere, decisamente rarefatte e di arrangiamenti, intimi e preziosi (con la produzione affidata a Taketo Gohara e Federico Dragogna dei Ministri), a lasciare alle parole la scena, alle intense storie che Vasco racconta, attingendo al passato che si scontra con questo nuovo presente, guardando con lucidità al futuro che è già in atto, facendo i conti con la natura umana così simile al mondo animale per più di un aspetto e al rapporto con l’infinito. 

Paesaggio dopo la battaglia è stato anticipato da due singoli totalmente agli antipodi, Chitarra nera (siamo animali senza istinto quindi ancora peggiori), che narra la toccante storia di un amico di Vasco, anche lui musicista, che ha fatto una brutta fine e Ci abbracciamo (amate, fate quello che volete), il brano più pop dell’album (assieme a quello d’apertura, 26000 giorni (siamo come quegli animali che nei posti più impervi ci fanno i nidi) e proiettato nel futuro, con la sua voglia di rinascita. 

Restando in tema di singoli, il prossimo che Vasco potrebbe tirare fuori dal cilindro è la suggestiva, dai toni jazz, Due animali in una stanza (e anche sul pianeta terra tutto cambia forse ci sarà una guerra per l’acqua ma noi due a dire ancora: no non è più come prima, evviva non è più come prima) un vero e proprio gioiellino, mentre Città aperta è la classica ballad morbida alla Brondi (Ma bastava stare insieme sui colli Euganei e  solo stare attenti ai cinghiali e alle stelle cadenti). 

E nello stesso filone possiamo inserire Mezza nuda (quando hai deciso di lanciarti il mare si è aperto e ti ha lasciato passare) e Luna crescente (non ho da dirti niente era solo per sentirti che eravamo vivi contemporaneamente), dove a far la differenza tra un brano e l’altro sono i diversi e ribadiamo preziosi, arrangiamenti minimal e la forza delle storie.

 La titletrack invece, per più di un verso richiama W l’Italia di De Gregori, (Italia in rianimazione che non riesce a respirare, sotto la neve per chi suonano le campane) anche col suo arrangiamento quasi da banda popolare. Echi che ritroviamo anche nella ironica filastrocca, Adriatico (che la nostra vita sia splendida come questa acqua resti torbida). In entrambi i brani si avverte la direzione orchestrale di Enrico Gabrielli e Nicolai Freiherr Von Dellingshausen.

 Il brano che chiude l’album, Il sentiero degli dei (Siamo solo due forme di vita su questo pianeta del sistema solare) è quello dove più palesemente Brondi parla della pandemia (non riusciremo a capire la luna nuova cos’ha da dire alle infermiere con i segni delle mascherine), anche se non mancano rimandi in alcuni degli altri pezzi, con la melodia che sembra richiamare il brano che l’ha fatto conoscere, Per combattere l’acne. Paesaggio dopo la battaglia è in sintesi l’ennesimo ottimo lavoro di Vasco, sempre più poetico e suggestivo a dipingere la realtà come solo i grandi sanno fare.

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