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Matteo Nativo, “Orione” l'album. La recensione



Un viaggio folk, dal sapore d'Oltreoceano quello di Matteo Nativo in "Orione" (RadiciMusic Records), per seguire una stella, la più luminosa, per non perdersi e per tornare a casa. Perchè è bello il viaggio, ma è anche più dolce il ritorno. Matteo Nativo per la prima si cimenta con un album di inediti e ci arriva ad un'età indubbiamente matura e consapevole oltre che con ottimi compagni di avventura: Francesco Moneti (violino), Bob Mangione (armonica), Michele Mingrone (chitarra), Lele Fontana (piano e hammond), Elisa Barducci e Claudia Moretti (cori) e con l'apporto e la voce della cantautrice Silvia Conti.

Perdersi. Dicevamo. Ed è da qui che il nostro inizia questo concept musicale, con "Che ora è", raccontando la separazione dalla moglie, del senso di sconfitta e del caldo afoso che opprime, giusta condizione di sopraffazione: "Non so che ora è, che giorno è, di questa estate che...". E' raro fare uscire come singolo una cover, ma questo è il caso di 'Clap Hands', brano che racconta benissimo il senso di smarrimento e che Nativo riscrive in italiano. Certo, il rischio di un nuovo "A che ora è la fine del mondo?" c'è, ma è superabile. Una versione da apprezzare (prima di lui si erano cimentati i Quintorigo in un adattamento epico), per gli appassionati di Tom Waits, che fa molto Negrita. Tornano gli arpeggi e l'armonica in "Ovunque tu sarai", con la voce timorosa: "Al sorgere del sole il tuo respiro ascolterò... ed ogni mia certezza mi abbandonerà", perchè quando ami c'è gioia e c'è paura. 

Sospettosa grazie all'hammond e fugace ritmicamente è "Un'altra come te": "Adesso vieni qui, non ci serve niente più"... e l'assolo blues è d'obbligo tra il brivido di una notte e la dura realtà. "Fantasma" è una filastrocca con la chitarra in primo piano nella prima parte, una deliziosa melodia e il piano che entra in scena nella seconda parte a liberare la sua vena solista: "Da grande voglio fare il fantasma, non mi sembra una cattiva carriera, sarà un modo per uscire la sera...". Questa prima parte  concettualmente si chiude con "Oradur", città francese distrutta, come tante altre, dai tedeschi nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Ma questa cittadina non fu mai ricostruita, morì sotto quelle macerie. Non è solo volontà di ricordare cos'è la guerra ma per noi anche un monito, per risollevarci, come individui e come popoli. 

Ritornare. Dicevamo ancora. L'autore apre un nuovo capitolo in "Ultima stella del mattino", voce calda, arpeggi circolari e nevrotici: "Da questo punto io riparto... queste parole il mio congedo...". Ancora una cover di Waits con testo riscritto e l'apporto di Silvia Conti per "Jockey Full Of Bourbon", mantenendo il mood dell'autore di "Blue Valentine", suadente e brillo, sensuale e ondeggiante come le percussioni utilizzate nel brano. "Non impariamo mai" canta Nativo, "in continuo cambiamento". Lo fa nella title track, di fronte ad un amico morto, quando i pensieri si accumulano. Ed è qui che c'è la presa di coscienza di quanto tornare a casa, alla propria vita, alla propria dimensione nonostante tutto, sia veramente importante per stare bene. 



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