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Compagnia Daltrocanto, “Come acqua di mare” la recensione



Da quasi vent’anni la Compagnia Daltrocanto racconta storie che profumano di terra e di mare, viaggiando attraverso la penisola e spesso oltre i suoi confini. La loro musica è un ponte tra passato e presente, un racconto collettivo che nasce dal Sud, dalla Terra delle radici, e ne porta con sé i suoni, le emozioni, le contraddizioni e l’umanità. Con l'album “Come acqua di mare”, la band inaugura un nuovo capitolo della propria storia: un disco che sa di rinascita e rinnovamento, anche grazie a un parziale cambio di formazione che ha ridisegnato il sound e dato linfa nuova ai brani. Tra le collaborazioni spiccano Danilo Sacco e Clara Moroni, presenze che arricchiscono il progetto di sfumature diverse, senza snaturarne l’essenza popolare.

La title track, “Come acqua di mare”, apre il disco con un passo deciso ma pieno di sentimento, tra violini e ritmiche popolari. Il testo racchiude l’anima del progetto: "E il tempo è come acqua di mare e noi siamo le impronte sulla sabbia, ogni passo qualche storia ci racconta ma a volte per cancellarle basta solo un'onda...". È una riflessione poetica sull’impermanenza e sulla memoria, che scorre, come l’acqua, tra mani e ricordi. Segue “Ninna nanna in settecento”, una piccola gemma d’altri tempi, una nenia fiabesca che profuma di leggende e di legno antico, con le chitarre che entrano puntuali e cullano l’ascoltatore. Con “La spada di San Giuseppe - (La Leggenda del Principe Enrico)” si cambia tono, invitando alla danza. È un brano che ricorda la tradizione narrativa in stile 'Volta la carta' di Deandreiana memoria, fondendo l’epicità medievale con una pulsazione rock vivace.

L’anima irlandese della band si risveglia in “Tra nuvole e favole”, dove la batteria guida il ritmo e la voce canta: "L'importante è che tu sia qui vicino", un inno alla presenza anche quando il viaggio è lungo. In “O bene o male” il gruppo torna alle sonorità del Sud, con un intro “tarantolato” e un testo in napoletano che riflette sulla ricerca di “parole fortunate” perché “c'hanno arrubato o bene e o male”. Una canzone dedicata a chi “è cresciuto troppo in fretta”, un ritratto dolceamaro dei quartieri del mondo.

Con “23 maggio”, da cui è stato tratto un videoclip, la band firma uno dei momenti più intensi del disco: una ballata civile che parla alla memoria collettiva assieme l'ex leader dei Nomadi, Danilo Sacco. "La sua anima ferita l'hai presa a schiaffi... e la partita sembra già decisa prima che cominci", canta il brano dedicato a Giovanni Falcone, assassinato nella strage di Capaci insieme alla moglie Francesca Morvillo e agli agenti della scorta proprio il 23 maggio del 1992. Il sax accompagna con delicatezza questa ferita ancora aperta della storia italiana.

Anche “Canzone per Tonino” si inserisce nel filone della storia del nostro Paese: "fa un caldo terribile in questo posto", ricordando Tonino Ferraioli, ucciso dalla camorra nel 1978 per aver denunciato la corruzione. Il brano, con un ritornello melodico e i violini, è un inno alla giustizia e al coraggio quotidiano. La dimensione più folk e festosa torna con “Quante notti”, che si muove in stile – per restare in Italia – "Er Pillow”. È un brano da ballare e da cantare a pieni polmoni, in perfetto spirito da pub irlandese. Poi arriva la svolta emotiva di “Malacqua”, uno dei momenti più potenti del disco: un brano cupo, viscerale, con i violini in mute e un carico emotivo travolgente. Ispirato probabilmente al romanzo di Nicola Pugliese che racconta di una pioggia apocalittica che devasta Napoli, simbolo di fragilità e resistenza. L’acqua, qui è libertà e dannazione di queste nostre città-imbuto.

A chiudere l'album, “Oltre la terra che bacia il mare”, una ballata che riconcilia e accarezza, riportandoci alle radici e al senso di appartenenza. I violini danzano attorno al ritornello "Tra la passione e la prepotenza, tra l'amore e le barriere". E in mezzo probabilmente un concetto di pace che non conosceremo mai.

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