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Carlo Valente - Tra l'altro...


Cantautore per caso” si definisce lui. Niente affatto. Carlo Valente, “Tra l'altro”, in questo disco, dà ampia prova di essere un cantautore a tutti gli effetti. Un'opera prima finalista alle Targhe Tenco, che si è aggiudicata anche il Premio “Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty” 2017 per il testo di denuncia del brano omonimo dedicato a Federico Aldrovandi. Un più che “Valente” album d'esordio in cui il cantautore nato a Rieti mette in mostra dei testi irriverenti, la potenza delle parole che si coniuga con la forza della musica. Niente elettronica, qui si rispolverano le chitarre, i riff, una potente sezione fiati, basso e batteria che sembrano due “amanti”. E questo denota che a vincere è la musica fatta bene. Sonorità molto contaminate, dal world al timbro jazzato, tra una vocalità molto tirata ed una più mesta, a seconda dell'atmosfera, Carlo Valente convince a pieno. 
Il fatto di essere giovane e di mettere piede in un vasto mondo, è una carta vincente ma anche un augurio a fare sempre meglio. Unico limite è infatti, nella prima parte, di voler catturare alcune particolarità dei cantautori italiani di razza, così un brano come “Crociera Maraviglia” risulta non solo “troppo alla...” ma proprio similare al Titanic di De Gregori. Ma a parte ciò Carlo Valente ci regala emozioni, colpi allo stomaco, energia e metafore tutte da scoprire. Il disco, prodotto e arrangiato da Piergiorgio Faraglia e Francesco Saverio Capo, vede anche i musicisti Giosuè Manuri (drums), Simone Fusiani (sax tenore), Sandro Pennacchini (tromba), Luca Di Biagio (trombone).

“Sto giocando”: riff di 6 corde, con un basso irriverente come questo brano “bastardo”: “Te lo scordi che ti vivo con l'oroscopo del giorno e della crema per il viso, ti giuro non ne hai bisogno. Ogni ruga che detesti la prendo io se gli va bene, invecchierò nei tuoi sorrisi che cosa aspetti a farne uno...” Valente ci pensa spesso a questo che amore non è e “che ne dici di sparire?”. La vocalità è sporca ed urlata anche se nella strofa è molto De Gregori nelle finali delle parole.

“Clamoroso al Cibali”: basso e percussioni danzano una romantica e leggiadra rumba dove si insinua una fisarmonica a cozzare giustamente con un testo... calcistico: “Povero chi non ha mai sentito il suono di un goal o di una lunga doccia dopo il recupero”, un divano, il telecomando, una voce stanca alla Capossela e Sandro Ciotti che grida incredulo alla radio la vittoria del Catania al Cibali contro l'Inter. Era il 4 giugno 1961. Era un altro Calcio. Un altro sport... a noi non rimane che “un vortice di epiteti e preghiere”

“Vanità”: si presenta nei suoi “indumenti avanzi di vecchi clichè” così puramente da avanspettacolo Carlo Valente. Una massiccia dose di fiati acuti e divertiti, diversi cambi ritmici funzionali su cui si adagia un piano nevrotico e ironico come il brano che dà l'impressione di essere una sorta di “Taxi driver” versione cantautorale: “Tieniti pure le scarpe che indossi, tieniti poi i miei resti di felicità, tanto sai li riavrò in un modo o nell'altro...”

“Crociera Maraviglia”: sezione ritmica sospettosa, scarna, per un viaggio interminabile, che sia verso nuovi Mondi o verso una nuova vita. Poi le chitarre acustiche partono su un quasi chorus: “Va, altro che Nina, altro che Pinta, Santa Maria prega per noi. Di partire ho bisogno non chiamatelo sogno perchè voglio restar” è il pensiero di chi lascia la propria terra. Il limite del brano è di somigliare molto, sia nelle sonorità che nel concetto a “Titanic” di De Gregori.

“Nel mio vecchio porcile”: “... non so ancora chi governa, tu voti chi non vota, se non voti vinci tu...” e le spazzole danno vita a uno swing che procede di soppiatto: “Prova a capire se un porco ha più dignità e poi confrontalo con l'alta società”... prendendo in prestito le metaforse orwelliane, Valente descrive un “Belpaese” allo sbando ormai. Molto particolare, anzi proprio dà brividi, l'effetto di far uscire dei rumori da “porcile” da una sola cuffia.

“Gli amanti”: l'atomosfera del disco qui si fa sommessa, piano e voce “... per gli amori già appassiti gli amanti sono pronti con i cuori già vestiti, a consolare i tuoi silenzi che ritornano ogni notte, ogni notte a cui ripensi e che maledici. Perchè in fondo sono noie da colmare senza un velo, senza dare mai abbastanza a chi hai davanti, senza dare più importanza a chi lasci indietro”... il punto di vista di chi guarda al di là di un amore, dove c'è passione e solitudine. Canzone che, come ha dichiarato Valente, è stata scritta sulle scale della casa di Lucio Dalla, pardon Domenico Sputo.

“Tra l'altro”: con questo brano tipicamente cantautorale, Valente si è aggiudicato il Premio “Voci per la libertà – Una canzone per Amnesty”. Nonostante il pianoforte molto “pianobar”, la forza sta tutta in un testo di denuncia in memoria di Federico Aldrovandi, un ragazzo morto nel 2005 dopo essere stato fermato dalla polizia per un controllo. Quei colpi hanno ucciso lui come hanno ucciso Uva e, molto probabilmente, anche Cucchi. Nonostante certa legge “non uguale per tutti” sostenga altro. Le sonorità aperte lasciano spazio alle parole che devono emergere per forza di cose, risultando etereo e spaziale. E fa male: “Quello che mi fa più terrore è l'anoressia delle vostre menti, l'avidità dei vostri cuori e quella lingua in mezzo ai denti. Quei denti marci che hanno un prezzo, mentre voi bocche cucite ci avete imposto anche una tassa su queste nostre democratiche ferite”.

“La Trattativa Sandro-Maura”: il nostro torna ironico come i fiati: “Troia, infedele la donna che fu, patria del mio triste cuore. Sono stati 20 anni di grandi progetti falliti per colpa di chi già sapeva che un forte dolore poteva solo ridurmi così”. Per la verità di grandi progetti ce ne sono stati tanti: gli “attentatuni”, gli appalti truccati, mani pulite, la strategia della tensione. Facile rimandare alla trattativa Stato-Mafia come cronaca ci ha narrato. Ma la metafora di Valente è davvero molto riuscita, sarcastica, mentre l'elettrica deride il mandolino per un finale “carnevalesco”.

“Canzone Moschina”: è una cover del cantautore Eugenio Rodondi, scritto con l'artista Fra Diavolo. Uno scambio tra giovani leve: “Per esser più meschino ti starò sempre vicino... ti starò sempre vicino...” basso e batteria giocano fino a quando entra l'assolo dell'elettrica. Melodia molto ammiccante.



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