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Ermal Meta - Non abbiamo armi


“Non abbiamo armi” (Mescal) del trionfatore di Sanremo (in coabitazione con Fabrizio Moro) “Ermal Meta” è un album di “puro pop italiano” che non scimmiotta modelli esteri, che non vuole essere innovativo, ma nemmeno apparire rassicurante. E’ un album di buone canzoni sostanzialmente, senza alcun particolare picco ma di certo gradevole all’ascolto. Della serie: non ci sono tormentoni che dopo due ascolti non sopporti più e non ci sono brani cervellotici che non riesci a digerire neanche dopo dieci. C’è sì “una confezione”, “un determinato contesto” che solo in “Mi salvi chi può” Meta prova a oltrepassare... ma la qualità resta, e a far la differenza è la scrittura del nostro, mai fine a se stessa... ed è quello che conta:

“Non mi avete fatto niente”: “Questa è la mia vita che va avanti...” del brano che ha vinto Sanremo e che apre l’album, in coppia con Fabrizio Moro, abbiamo già ampiamente scritto. Tralasciando adesso le polemiche sulla “rielaborazione”, rimaniamo convinti che le due voci non si sposino affatto bene, che era meglio l’arrangiamento precedente e che il testo soffra di una retorica “ad hoc” in più di un passaggio. Senza nulla togliere ai due artisti, che seguiamo e stimiamo da tempo, ci mancherebbe altro: “Perché tutto va oltre le vostre inutili guerre...”

“Dall’alba al tramonto”: “Io ti chiamo amore in una lingua straniera tu mi capisci perché non serve traduzione” filastrocca funk con opportune pause, prima di ripartire a tutto fiato: “Dicono che il lupo perde tutto tranne il vizio”.

“9 primavere”: atmosfera sospesa, sound morbido, con uno special malinconico che ha il suo perché: “L’unico modo che conosco per volermi bene è attraverso te”

“Non abbiamo armi”: “Contro il cambiamento, ma adesso tu mi puoi proteggere dentro ad un abbraccio” la title track è una ballad circolare che procede per accumulo con minime variazioni: “A cosa pensi mentre vai? Ogni dolore ti è servito a costruire quel bel sorriso che adesso hai”.

“Io mi innamoro ancora”: “easy pop” con venature dance: “... e alla mia macchina io gli voglio bene, e a questa vita io gli voglio bene e alla mia casa io gli voglio bene anche se non c’è il mare..."

“Le luci di Roma”: delicata ballad, abbastanza standard nel suo dipanarsi: “Volevo dirti che ho sognato di avere molto più tempo per capire fino in fondo la parola accanto”.

“Caro Antonello”: “E' una giornata di merda ma va tutto bene, in fondo respiro ancora” morbida e sinuosa, dedicata a “Venditti” con innumerevoli citazioni del cantautore romano, in primis di "Piove su Roma": “Ci hanno fatto male le tue canzoni d’amore ma almeno mentre si canta non si può mai morire..."

“Il vento della vita”: “Io non ho perso tempo ho preso vento per gonfiare le mie vene e navigare in mari sconosciuti” sostenuta ballad pop “alla Venditti” è il caso di dire, eloquente è a tal caso l’entrata della sezione ritmica.

“Amore alcolico”: “Bere fa male, il fumo uccide, nessuno mai qui ti dirà che è peggio amare” brano pop con la melodia al potere e accenni retrò, interessante il testo: “Come te questa città è più bella quando è sera”.

“Quello che ci resta”: ballad col pianoforte portante: “Smetto di contare, i giorni sono come stelle che non vanno su” intensa a tratti, come nel ritornello: “Se ci fosse anche per me una carezza per ogni mio errore, avrei un cuore bellissimo sì, senza un graffio e nemmeno paure” un pò scontata nel suo dipanarsi, ma non dispiace nel complesso.

“Molto bene, molto male”: elettro pop, con la sezione ritmica “marziale” in evidenza, senza dimenticare la melodia: “Non c’è risposta se non ti chiedi mai, se quello che fai sarà abbastanza...”

“Mi salvi chi può”: suggestiva e diradata: “E mi sembra di rubare quando guardo dentro gli occhi della gente, ma qualcosa manca sempre, anche l’infinito è tutto tranne che... fine... proprio come te” con uno stacco finale atteso ma non scontato che riparte con veemenza con virate prog convincenti.

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