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Il Filo Nascosto di Paul Thomas Anderson


Reynolds Woodcock (Daniel Day Lewis) è un famoso sarto “ossessionato” dalle sue stesse manie, “forte” delle sue abitudini che si ripetono sempre uguali e dalla compagnia della sorella, braccio destro e “segretaria tutto fare” anche dei suoi incontri amorosi, che non vanno al di là dell’estetica delle forme.  Woodcock è un vero e proprio serial killer in tal senso, alla ricerca della “modella ideale” per i suoi abiti. L’incontro con Alma (Vicky Krieps), , una giovane cameriera, scompaginerà la sua vita mettendo a nudo le sue fragilità. Ovviamente non nel modo consono che una sinossi del genere potrebbe prevedere ma “nel modo” di Paul Thomas Anderson e del suo cinema, soprattutto quello più recente, fatto di sotto testi, dettagli ad alto valore simbolico che si prendono “la scena”, sempre in bilico, sul “filo” neanche troppo nascosto, ma altamente fragile tra normalità e follia. E’ una coltre morbosa che si ritrae su se stessa “ovattata” che trova il suo Paradiso, “la sua normalità” raggiungendo il suo “Inferno prigione” che si fa d’oro prima di subito, passando da meccanismo a meccanismo per “protezione” di uno status vivendi, solido, che non permette sorprese, “in salute e in malattia”. Dalla ripetizione asettica dei gesti, dei veri e propri rituali del protagonista, “all’avere bisogno” allo scoprirsi fragile e indifeso: “- Io ti voglio completamente inerme, tenero, indifeso, aperto, al tuo fianco devi avere solo me e ti voglio poi di nuovo forte, non morirai potrai provare il desiderio di morire ma non succederà, ora devi stare calmo per un pò - Baciami prima che inizi a sentirmi male” come in un ricambio continuo, “dalla madre, sposa maledetta” “alla sorella tuttofare”, “alla sposa infermiera”, per tornare “bambini” dentro al guscio e “restare umani” con “il cibo” a metafora della vita e dei suoi bisogni, memorabili in tal senso “i pasti rumorosi" e in particolare la sequenza finale “col burro” protagonista. C’è una tensione “elegante” e non potrebbe essere altrimenti, a reggere il tutto, c’è uno stile che tra echi di Hitchcock, trova il suo equilibrio, senza calcare la mano ma senza apparire sin troppo freddo, come poteva anche accadere, visto i personaggi. Alla resa dei conti, Anderson “confeziona” una grande metafora sull’esistenza umana, andando a scandagliare “bisogni e sentimenti”, “normalità e follia”,  "vittima e carnefice", “amore e morte”, qual'è il confine fino al quale ci si può sporgere? - Sembra chiedersi... La risposta è sempre "un equilibrio, una forma da trovare" a un "orlo del precipizio" :

“-E’ confortante pensare che i morti vigilano sui vivi, non lo trovo affatto spaventoso”
“- Si può cucire quasi ogni cosa nella stoffa di un vestito: segreti, monete, parole, brevi messaggi”
“- Come mai non sei sposato? - Confeziono abiti”
“- Rispetto i tuoi consigli ma io debbo poterlo conoscere a modo mio”
“- Che cosa aspetti? - Aspetto che tu ti sbarazzi di me”

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