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The Zen Circus - Il fuoco in una stanza


“Il fuoco in una stanza” è il nuovo album targato “The Zen Circus” che arriva a un anno e mezzo di distanza dall’ottimo “La terza guerra mondiale”. Troppo poco tempo. E non è a ben vedere la prima volta che la band soffre di “iperproduzione” (anche “Nati per subire” uscì poco dopo lo splendido “Andate tutti affanculo”). A rimetterci è inevitabilmente la qualità dei brani. Tredici. Troppi, anche in questo caso. In questo “Il fuoco in una stanza” Appino e soci poi si fanno anche prendere la mano da soluzioni orchestrali non sempre messe ben a fuoco, il più delle volte anzi, finiscono per soffocare i brani. Premesso questo, non mancano di certi episodi importanti e una manciata di canzoni lasciano decisamente il segno e la qualità complessiva non manca di certo, ed è da apprezzare il fatto che la band abbia per certi versi voglia di sperimentare e mettersi in gioco, ma stiamo parlando degli Zen Circus e non possiamo essere del tutto soddisfatti di canzoni che avevano forse semplicemente bisogno di trovare il proprio tempo, di un equilibrio, come un buon vino semplicemente “decantare”. Ad ogni modo, ad avercene di gruppi del genere in Italia:

“Catene”: “d’amore non si muore, muori senza dare amore, l’ho sempre ricevuto ma non so contraccambiare, mi dici ormai da tempo che ci devo lavorare, ma io più ci lavoro più tu cerchi di scappare” il primo singolo estratto è la classica “filastrocca beffarda” in stile Zen con un gran testo, a sfondo familiare: “odiare se stessi per le stesse ragioni che portano i bambini ad odiare i genitori che portano gli amanti a farsi del male per poi dimenticarsene e ricominciare”

“La stagione”: “se scompaiono gli errori scompare anche la tua persona” con strofa “cantata” alla Vasco Brondi, col pathos che cresce per esplodere in un ritornello da “inno d’antan", con citazione dei Nomadi “Come potete giudicar”: “chi vi credete che noi siamo, per le ferite che portiamo, la differenza sta tutta fra il mondo che subiamo e quello che immaginiamo”

“Il mondo come lo vorrei”: E’ una sorta di “Guardia 82” di Brunori,  trascinante e visionaria: “la democrazia è stata abolita, a sostituirla una cara amica”

“Sono umano”: sbarazzina e godibile, ironica e intelligente, con un ottimo arrangiamento. E’ un brano decisamente “pungente” come solo gli Zen sanno essere: “Gaviscon e Malox, Netflix come Valium questo è il risultato lo stomaco è il cuore di chi ha il cuore congelato”

“Il fuoco in una stanza”: title track e secondo singolo estratto, è una ballad ariosa ed evocativa, dal mood retrò, con gli archi in evidenza, forse sin troppo: “non basta una città intera per sentirti meno sola libero cos’è per chi libero non è, una stanza brucia già, urla quanto vuoi, ma nessuno, nessuno ti sentirà”

“Low cost”: dall’ incedere incalzante, per un mood anni '80, bellissimo il ritornello: “così mi sono arreso agli altri, mi copro sempre quando tira vento e se campare ormai è obbligatorio, lo è anche tradire il regolamento”

“Emily no”: brano punk abbastanza scontato nel suo dipanarsi, buono l’assolo noise nel finale: “siamo così diversi da essere uguali siamo due comparse in questo film dell’orrore”

“Rosso o nero”: solenne e marziale, retrò, evocativa, nel complesso non dispiace: “è fuori moda tutto, è moda solo fuori e merda nell’interno, sono vecchio, passato, l’hype è finito, ma è la vita, ti aspetta per mostrarti il dito”

“Quello che funziona”: botta punk, con buoni inserti strumentali, ma vale lo stesso discorso fatto per “Emily no”: “il tuo peccato è amare e odiare questa città”

“Panico”: cavalcata pop punk ad alta tasso melodico, con una seconda parte strumentale non banale: “la vita è un soffio al cuore, un caffè con il sale ma non ti vuoi un po di bene, non pensi a te stesso ci penso troppo anzi il problema è questo”

“La teoria delle stringhe”: arrembante, a tratti ruffiana, non convince: “sono un animale consapevole del male evoluto quanto basta per poterlo evitare, perché non c'é una teoria che riesca a farmi fare a meno di te”

“Questa non è una canzone”: costruita per accumulo di pathos, sovraccarica di suoni e parole “il brano fatica a respirare” anche quando vira su sonorità anni ‘60: “ma tu non preoccuparti per me nessuno deve preoccuparsi per me”

“Caro Luca”: ballad al pianoforte, che si ripete sempre uguale, dalla melodia non proprio originalissima e con gli archi sin troppo invadenti: “ho ancora paura delle donne, ricordi ti dicevo che sono troppo forti"

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