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"Dolor y Gloria" di Pedro Almodóvar



Il Cinema della mia infanzia sa sempre di pipì, di gelsomino e brezza d'estate”

Il vero attore non è chi piange, ma chi trattiene le lacrime”

Sono l'uomo più solo che la morte abbia mai visto...”


La continuazione in qualche modo naturale di “La Pelle che abito”, per Pedro Almodóvar è tornare dietro la macchina da presa con “Dolor y Gloria”, al centro degli applausi dell'ultimo Festival del Cinema di Cannes. Non sotto un punto di vista inquietante s'intende, ma sotto la luce (soffusa) dell'introspezione. Dire che il film è autobiografico non è proprio corretto. “Dolor y gloria”, procede nella linea retta della filmografia del regista spagnolo, con uno sguardo al suo vissuto, ai dolori di un giovane Pedro, fino alla consacrazione come regista. Nulla di diverso quindi, rispetto alle sue precedenti creature anzi, il film rappresenta un sunto di tutta la sua cinematografia. L'infanzia tormentata di un piccolo Salvador Mallo, tra miseria e studi in seminario, prende spunto da La mala educación”. Ancora una volta infatti, c'è una madre onnipresente, forte e tenace che ha il volto di Penelope Cruz e quel sapore di “Volver” insinuante. 
Almodóvar abbandona la sua vivida fotografia, per giocare su luci e ombri, binomio perfetto per raccontare il protagonista Salvador – un Antonio Banderas palma d'oro in stato di grazia - regista che vive un difficile momento personale. Sommerso da dolori fisici a causa di un problema vertebrale, cerca di lenire la sofferenza fumando eroina “grazie” ad Alberto (Asier Etxeandia), un suo attore che non rivedeva da 32 anni e con cui ha avuto non pochi scontri. La scena di Salvador sott'acqua con l'inquadratura sulla cicatrice apre emblematicamente il film, in cui Pedro Almodóvar vuole mostrare cosa c'è dentro quella ferita: un mondo straziante ma glorioso, in fondo. Perchè per arrivare in riva, bisogna attraversare una tempesta. E lungo questo turbine, ritrova anche il suo amore, Federico (Leonardo Sbaraglia) che, nonostanto si fosse sposato e avesse avuto due figli, non l'ha mai dimenticato. Questo piccolo focolaio di passione è l'unico momento che vive “Dolor y Gloria” rispetto agli altri film del regista. 
Qui l'omosessualità, anche se apostrofata ma in maniera comunque non invasiva, ha una sua potente dolcezza: “L'amore forse muove le montagne – dice Salvador – ma non è sufficiente per salvare la persona che amo”. Almodóvar punta su un intenso monologo che affida però a Etxeandia non a caso, perchè Salvador/Banderas deve apparire per tutto il film come imprigionato nella sua depressione cronica. Importanti per la narrazione i continui flashback del protagonista uomo e bambino, o meglio del bambino per spiegare l'uomo che è diventato, perchè nulla per Almodóvar è a caso. Da segnalare anche la contrapposizione tra due scene: il Salvador bambino che guarda la sua casa senza tetto e il Salvador uomo che guarda il vetro del tetto della clinica in cui verrà operato un'altra volta. 
Le musiche di Alberto Iglesias sanno di Mediterraneo, di Chavela e di Mina, di ricordi che non torneranno più, nonostante il regista abbia scelto uno scenario molto attuale in cui si muove il protagonista da adulto. La storia è lineare, vuole raccontare un uomo, un grande artista ma pur sempre un essere umano pieno di fragilità. Sul finale Almodóvar lascia allo spettatore un sorriso dolce-amaro, perchè in fondo, anche “se questo è un uomo”, la sua vita è pur sempre il Cinema.


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