Devo ammettere di aver conosciuto Henry Carpaneto ed il suo pianismo travolgente, solo in occasione dell’ascolto del suo ultimo album “Pianissimo” (OrangeHomeRecords). E me ne dispiace non poco, visto che questo suo lavoro, dai tratti netti e precisi, ma caratterizzato anche da un pregiato melting pot bluesistico, mi convince assai. Non mi meraviglia affatto che un musicista navigato come Tony Coleman, insista sulla connotazione “black” della tecnica strumentistica di Carpaneto. Il suo è un pianismo fortemente ritmico, perfettamente interagente con i ritmi prevalentemente shuffle di un blues che incanta in ogni istante. Il DNA di Carpaneto è di quelli pregiati: ascoltandolo mi vengono in mente, immediatamente, Brian Auger, i giochi pirotecnici dell’ honkye tonkie del compianto Keith Emerson e perfino Jimmy Smith. Ma sarebbe riduttivo considerare Carpaneto un emulo pedissequo di questi grandi. Il musicista ligure è ben altro, vista la sua capacità ...
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