Le immagini nitide e livide, "cinematografiche e letterarie" lasciano il posto a uno sguardo netto, lucido, "selezionatore" e anche il sound è meno immaginifico, avvolgente, si va di strappi, repentini e taglienti, eppure niente è andato perso... anzi, è tutto di guadagnato e il corpus si arricchisce di nuovi elementi. Il ritorno degli Intercity con questo "Amur" infatti segna una tappa importante nell'evoluzione della band capitanata da Fabio Campetti, che appunto si immerge in un songwriter diverso rispetto al passato ma non per questo meno efficace, e con i compagni si avventura in territori " altri " senza paura, dal punto di vista musicale. "Amur" vive di ricerca, di stimoli, contrasti, di poesia... senza dimenticare le radici. C'è intensità, c'è ispirazione, c'è talento: "Un cielo cinghiale": a una prima parte acustica impreziosita dai violini, segue una vigorosa sterzata elettrica a narrare la f...
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