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Dario Fo in "In fuga dal Senato" di Franca Rame - Teatro Duse Bologna 11/11/2013


La vergogna “Diaz”, la tragedia di Lampedusa, i diari di Franca da senatrice e rigorosamente "In fuga dal Senato", tra le tele, gli applausi e le foto e i video che non si possono fare… e poi c’è il Vaticano che non si sa chi ne fa le veci, ma a quanto pare non gradisce lo spettacolo (chissà perché poi) e... poi c’è lui, il Nobel, il Mito “Vivente” che ha perso la donna amata, la compagna di una vita, che ricorda e… la commozione si confonde tra quella “mancanza” profonda, troppo… e le storie di vite “all’inferno e ritorno” o forse no… chissà, si perde… ma resta, nelle parole importanti, nei discorsi ficcanti e decisi, tra una base militare a Vicenza, una lettera all’allora Presidente del Consiglio Romano Prodi, un rap con i Punkreas, la figura di Don Andrea Gallo, un racconto perduto nella memoria a far riflettere: “E la merda va”… (non necessariamente in questo ordine).


E’ difficile riannodare i nodi, che sono stati d’animo, quando la lava che ti travolge è così intensa e mischia registri differenti e incisivi… puoi anche pensare da “critichino” che è tutto fuorché uno spettacolo perfetto, anzi, pensi che ha tutta la furia delle robe di pancia, delle cose da fare, per necessità impellente e necessaria… pensi però anche che è un bene, un patrimonio assoluto, un onore, che la resa dei conti è quella stessa coscienza di un popolo che dovrebbe interrogarsi su se stesso e capire… per capire, veramente e reagire… e finalmente… indignarsi…


Pensi che guardare un Paese come il nostro con lucida fierezza e spietata ironia e riuscire a riversare comunque quintali di poesia, nello scambio empatico, nel fluire di emozioni brutali e sincere, è dono di pochi… e ti scopri arricchito, d’incanto tramortito, mentre sornione il “Maestro” confessa che firmerà sì autografi, ma fino al seicentosessantacinquesimo.

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