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Come il suono dei passi sulla neve - Zibba e Almalibre



Come il suono dei passi sulla neve, mai titolo potrebbe essere più azzeccato per descrivere queste atmosfere, questi toni sommessi e sommersi in orpelli strumentali che aggiungono bellezza, in parole incisive e taglienti che sono disarmanti per la loro poesia.
Senza far rumore insomma o quasi, in un mondo dove tutti urlano, Zibba e compagni procedono con classe e stile che è educazione alla buona musica, alla bellezza di suoni, arrangiamenti, alla potenza e valenza delle parole e della voce, penetrante e profonda. Un album che avvolge lentamente, che metaforicamente, come una carezza si trasforma via via in un abbraccio sempre più caloroso, ricco di sfumature, che si diradano ascolto dopo ascolto, sia dal punto di vista musicale che lessicale.
Tanti gli ospiti prestigiosi, da Roy Paci a Eugenio Finardi a sublimare nient'altro che "la bellezza", ci ripetiamo... ma se il titolo esplicita a meraviglia il mood dell'album, non ci sono anche in questo caso parole migliori a descrivere stati d'animo e sensazioni provocate:

"Nancy": un reggae leggero e accattivante con Roy Paci a impreziosire il tutto:
"Copia delle chiavi.
E ora nessuna porta resterà mai chiusa
Che cosa sarà mai volersi bene. Che sforzo devi fare? Davvero non ti viene naturale?
Lascia stare. Troverò problema e soluzione.
In fondo siamo amore eterno, e la mortalità non è che una maledizione"

"Come il suono dei passi sulla neve": "Nel tuo sguardo c'è un riassunto di chi sei"... delicata e intima, poetica ballad jazzata e ricca di lodevoli e ricercati inserti musicali: 
"Odio quando a letto siamo meno simili a due amanti
Piuttosto due ricoverati uniti dalla stessa sorte, dal comune intralcio della stessa malattia"

"Asti Est": con Eugenio Finardi, trascinante e suggestiva variazione sul tango, con tanto di fisarmonica sugli scudi, ma non mancano altri pregevoli momenti strumentali come il solo "cristallino" finale di chitarra:
"Non v'è pace se non v'è intenzione
Non è l'osso che resta al padrone
Niente stelle per chi non ha petto e romanzi sbagliati ma scritti per se"

"Sei metri sotto la città": un mood da marcetta popolare, col ritmo in levare, con chitarra acustica, violino e sax a deliziare sul tema melodico:
"Benvenuti a casa mia
Padre nostro ave maria
la mia casa è questo palco, il letto un camerino
e pochi abiti sudati a trasformarmi in un meschino"

"Prima di partire": "La malinconia è la mia scusa per dire di no"... suggestive trame armoniche, un pizzico di elettronica,con Carlotta, Alberto Onofrietti e i soli di violino, una perla minimal e suadente:
"Vesti di un abito a fiori leggeri
Porta del chianti del pane e i bicchieri
Bella che manca un po' il fiato, che mai avrei sperato di stare a guardare i tuoi occhi da qui"

"Aria di Levante": "son vecchio per ste cose ma se piove ancora mi commuovo"... ricca di aperture melodiche e ritmiche avvolgenti e ficcanti, da segnalare un notevole solo di sax che chiude letteralmente il brano "da solo":
"Vorrei vedere nuova York ma non ho cento lire,
ti giuro, te li presto. Ma promettimi di non partire"

"Almeno il tempo": incedere blues con il sax a punteggiare il sound, che si colora di ritmiche reggae con la chitarra slide, un riuscito mix sicuramente:
"Intanto starò qui
Maldestra e spaventosa liturgia
La vita è miele e non ne avevi idea
su un palco grande ad asciugar le tue mutande e tua gelosia"

"O Mae Ma": con il canto in dialetto di Vittorio De Scalzi, sentita dedica a Genova, scarna ed essenziale che si poggia sulla chitarra acustica e i soli di sax a intessere la trama:
"Figli di macellai e persiane,
mentre Genova sviene, tra le lacrime e il sale.
Nel fondo, nell'armonia e poi nella ragione.
La trama è un filo di lana, la leggerezza un copione"

"Anche di lunedì": per atmosfere e dinamiche strumentali e anche per la poetica del testo, il brano non può non richiamare Paolo Conte... senza il pianoforte ma con la chitarra a far da "ritmica": 
"Non so che me ne frega dell'America
Il viaggio è troppo lungo e poi la stessa merda è qui da noi"

"Dove i sognatori son librai": altra intensa ballad che si dipana strumentalmente ancora una volta con aria quasi dimessa, dove gli inserti degli strumenti sono pennellate d'autore, e finiscono per mettere in risalto la profonda voce del nostro, oltre che la poesia del testo, quasi un compendio dell'estetica dell'intero lavoro: 
"Quando non ci sarà più un dio
A chi bestemmierai
A quale tavola imbandita darai colpa e dopo t'alzerai"

"Salva": un sound jazzato e ipnotico, con la chitarra a scandire le strofe per un ritornello arioso e melodico ma niente affatto banale per uno dei testi più ispirati (anche se la lotta è dura) dell'album:
"E tu che puoi
salvami da me
e quando hai un po' di tempo che t'avanza se puoi salva
i mesi e gli anni dai rituali stagionali
da questi giorni tutti uguali ed io
ti dirò tutto di me
mentendo solo sul passato"

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