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Tutto tutto Niente niente di Giulio Manfredonia



La premiata ditta Albanese - Manfredonia ritorna attesissima dopo il successo dello scorso anno deludendo e non poco le aspettative, a cominciare dalla struttura scelta, ovvero la storia di tre personaggi alla maniera de La Fame e la Sete, fa perdere incisività e appiattisce tutti i personaggi non sviluppandoli a dovere. Personaggi tra cui il vero protagonista si rivela essere uno solo, stiamo parlando ovviamente di Cetto, questo doveva essere il suo secondo film, l'errore probabilmente sta tutto qui, bastava in caso si avesse paura di stancare o annoiare inserire gli altri come contorno e allora magari l'entrate di un Frengo o di un Rodolfo avrebbero anche divertito inserite a mò di gag estemporanee.
Ma così non è stato e purtroppo il film rispetto al precedente non ha quel tocco naif, quel senso dell'assurdo, quel gusto per il grottesco, appunto perchè la frammentazione dell'opera in tre micro storie che si intrecciano non rende possibile una costruzione più accurata così come anche quella dei personaggi secondari finisce col ridursi a macchietta, dai contorni meno sfumati, per intenderci tra Rubini e Bentivoglio il primo vince tutta la vita. Così facendo è inevitabile che la vis satirica rispetto a Qualunquemente cali vistosamente.
Presi singolarmente i tre episodi dove ribadiamo le idee migliori la sceneggiatura le spende per Cetto, quello di Frengo è un amarcord in senso positivo ma è il meno convincente di tutti, in quanto i tormentoni sono quelli di Mai dire gol, come a dire l'altra faccia della medaglia e ha un dipanarsi improbabile, dove si fa fatica a ridere anche negli snodi e nelle battute più scontate, più costruito e interessante è invece quello di Rodolfo "austriaco e razzista", dove si toccano punte di amarezza che non dispiacciono... ma che difficilmente strappa una risata.

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