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La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino



Si parte con Celine e una citazione del suo capolavoro "Viaggio al termine della notte", poi sono venti minuti di puro ritmo, dove Sorrentino traccia già la cifra stilistica del film, condensando il tutto in un'orda scatenata di balli dal gusto trash pop, soffermandosi sui volti dei personaggi che da li a poco avremo modo di scoprire, con la mdp impegnata a pennellare come si conviene, pochissimi i dialoghi ma già alquanto esplicativi... fino all'ingresso in scena di Toni Servillo (Jep Gambardella ), nel giorno del suo sessantacinquesimo compleanno. 
Un'apertura del genere, tutta giocata sull'attesa, "rivelazione" del protagonista, è ipnotica e riesce a catalizzare l'attenzione in toto, lo spettatore ormai è pronto ad "immergersi" nel ritratto amaro di questo uomo dallo sguardo sornione, che ha scritto un libro di successo, ma quarant'anni fa... adesso scrive appena per una rivista ma in compenso è il centro del jet set romano. Aiutato dalla sempre convincente fotografia di Bigazzi, Sorrentino con la forza delle immagini, il montaggio serrato, con il posizionamento e con i movimenti della mdp, restituisce quello "sguardo", ricco di sfumature ad ogni fotogramma, anche nelle interazioni con gli altri personaggi, tutti funzionali alla messinscena, dove si specchia la gamma dei sentimenti umani, dal cinismo alla compassione, dal vizio alla colpa, dai rimpianti ai sogni, dalla malattia alla speranza, dalla morte alla vita... il tutto ritratto con feroce distacco e riflesso nei pensieri e nelle azioni di Jep, che in fondo non ha mai scritto un altro romanzo perchè cercava la grande bellezza ed ora ha 65 anni...
e "a 65 anni non si può più perdere tempo a fare cose che non va di fare" (come scoprirà Isabella Ferrari: "Che lavoro fai? Sono ricca... gran bel lavoro")... "Grande bellezza" che è svanita tanti anni fa con l'addio del suo primo amore, che ritornerà sotto le veci del marito vedovo di lei, per confidare al nostro, che la ragazza lo aveva sempre amato e che lui invece era stato appena un buon compagno. Al centro della vicenda e dei suoi snodi, Roma, del resto caput mundi, la chiesa, il mondo dello spettacolo, la figura dell'intellettuale, la politica, il sesso, Fellini e la sua dolce vita che non c'è più e tutte le sue contraddizioni,  a tal riguardo la falsità e l'ipocrisia che serpeggia tra gli invitati di casa Gambardella, è ficcante e riuscita, ma le sequenze riguardanti l'istituzione ecclesiasstica sono le più pungenti, valgano ad esempio, la cena tra i due religiosi al ristorante che ordinano champagne, il Cardinale che parla solo di cucina... e il finale felliniano con l'entrata in scena della Santa che auspica una chiesa povera e dorme addirittura per terra... Roma metafora del nostro mondo. Jep destinato alla "sensibilità": "Quando, da giovane, mi chiedevano: cosa c'è di più bello nella vita? E tutti rispondevano: "la fessa!", io solo rispondevo: "l'odore delle case dei vecchi". Ero condannato alla sensibilità", ne è diventato il motore consapevolmente, di questo "Apparato umano" (titolo del suo unico libro) e inconsapevolmente (nei flashback), dove sogna "Il mare sul soffitto": la ricerca della purezza dei "ricordi", delle radici "da ritrovare" (ecco perchè mangio solo radici, dirà la Santa) dove acqua:candore e ancora radici e candore "perduto e da ritrovare", come la figura di un figlio/a che poteva esserci e forse c'è stato/a anche chissà, ideale anello di congiunzione è l'incontro tra Servillo e la Ferilli in una piccola piscina nella casa di lei, con Sabrina (figlia di un vecchio amico)in acqua dentro un salvagente, "perchè i braccioli irritano" proprio come una bambina.
Servillo è un uomo che in sostanza ha sempre "finto", mirabile a tal proposito oltre alla dichiarazione finale, anche la scena del funerale del figlio "non pazzo, ma con problemi" dell'amica, la Villoresi, quando poco dopo la suddetta scena della piscina, spiega come comportarsi al rito del funerale, con massimo decoro e senza versare lacrime, finendo poi con lo scoppiare a piangere portando in spalla la bara del ragazzo ("senza amici").
La solitudine dell'uomo è così perenne, senza radici e con sin troppi conoscenti ma un solo amico (Verdone), che lascerà Roma dopo 40 anni, sentendosi quasi tradito dalle sue luci ammalianti e tentacolari, lasciandolo di conseguenza ancora più solo, ma c'è speranza e lo dimostra la riconcilizione finale con Galatea Ranzi (a cui aveva osato dire la verità "senza filtri", in una delle tante serate sulla sua veranda, ovvero, quello che tutti sapevano, finanche lei, squarciando il velo di omertà, dimostrandone però l'interesse reale nella persona, che riuscirà a tirarsi fuori, il bagno che la stessa fa poco dopo, attiene ancora una volta alla metafora dell'acqua purificatrice perchè ci ricorda come eravamo e quali erano i nostri sogni).
Per quanto riguarda la riuscita del film qualcosina forse si poteva tagliare qua e la e nella tanto criticata mezz'ora finale, piace comunque la metafora giraffa gigante/fenicotteri, che stanno a significare il trucco e la fede, ma l'averli messi uno dietro l'altro oltre che un eccesso didascalico con l'arrivo della Santa, entrano nel film con forse troppa irruenza, spostando il discorso più sul messaggio (rappresentato al meglio per altro con la salita a carponi della Santa per le scale faccia a terra, una delle scene più intense e toccanti, quanto meno degli ultimi dieci anni di cinema italiano)che sulla storia/trama sottile in se, ma questo poco importa a dirla tutta perchè lasciar parlare i silenzi a volte è ancor più suggestivo: "Ma tu lo sai perchè mi ha lasciato?" 

Commenti

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