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Di Martino - Un paese ci vuole



Poetico e popolare al tempo stesso, Antonio Di Martino con "Un paese ci vuole", conferma e rilancia nel solco della tradizione, sfornando un album che aspira alla bellezza ma che non la raggiunge appieno, nonostante le canzoni siano tutte valide e rilascino spunti di interesse. Piacciano le atmosfere create, quella venatura di nostalgia che si percepisce, quel tentativo di sogno appena accennato che fa tanto bozzetto, ritratto estemporaneo do un'Italia vista attraverso i ricordi, le fotografie, le emozioni genuine di un tempo di cui oggi abbiamo/proviamo parvenza, rabbia e disillusione. Quello che manca a "Un paese ci vuole" è la forza, un certo coraggio, per andare oltre l'istantanea scattata, che è comunque di sicuro pregio a scanso di equivoci. E' come se queste canzoni si soffermino su uno stato d'animo, una o più sensazioni ben precise, dal quale è difficile sfuggire, un album sin troppo coeso paradossalmente che non rischia di suonare monocorde ma che difficilmente può trovare l'incanto di un'empatia assoluta con l'ascoltatore, anche perché musicalmente le varianti sono poche. Buon album, ma da "i Dimartino" noi ci aspettiamo di più, a ragione della stima che nutriamo per Antonio e per la sua band. Si parte con "Come una guerra la primavera": "Semplicemente arriva qualcosa cha prima non c'era" incalzante e melodica. col pianoforte portante, sospesa e pronta a esplodere, è il primo singolo estratto, non a caso a ben sentire, si continua con "Niente da dichiarare": "Non pensare a quello che hai lasciato a casa, le cose dopo un pò diventano rovine" quasi come sopra verrebbe da dire, più cantilenante, con meno magia e più forza, più d'impatto specialmente narrativo: "Parla con gli estranei lasciati raccontare lasciati tentare sempre dal rischio di un errore". E' il turno di "La vita nuova": e un pensiero a Dante ci scappa tra:  "I santi persi nel vento tra i fiori di campagna cercano la gente che è andata via con il freddo negli occhi" dall' atmosfera trasognante che ben presto si fa complice, per chi parte e ritorna "al paese": "Mostra il suo documento alla vita nuova". "Da cielo a cielo": con gli archi in evidenza, ha il pregio di essere incisiva e trascinante sposando quanto meno apparentemente la leggerezza implicita nel brano: "Capirai tutto quello che ora sento, da cielo a cielo, mi rivedrai sempre con lo stesso sfondo". "Una storia del mare": con Francesco Bianconi dei Baustelle, decisamente intima, al piano, è una ballad intensa che non può non emozionare e forse è anche il miglior episodio dell'album:  "C'è una ragazza di Roma che arriva ogni anno, porta un capello di paglia si fida di me, ma poi l'inverno la porta lontano e ogni volta che mi lascia si dimentica che noi ci siamo sporcati ci siamo sporcati di sangue e sabbia e poi abbiamo lasciato alle spalle il mondo che ormai siamo solo una storia del mare". Dopo "La foresta": strumentale, arrivano le  "Case stregate": "Un affetto da pagare per dimenticarci e forse ci perderemo tra due anni" aria di valzer al pianoforte, poetico e ricco di immagini "c'è un mostro in cucina, mi guarda e sorride da un pò"."L'isola che c'è": "Scivolano i diavoli come i bambini scivolano sulla ringhiera" chitarre arrembanti, che procedono a forza "del sogno" e "delle immagini vivide" che il nostro regala: "E' un silenzio di paese si rompe sul solco del mare, è solo acqua da attraversare per giungere all'isola che c'è".
"Stati di grazia": dall'incedere pop con la chitarra portante e la ritmica accattivante; "Ma cos'è che ci fa commuovere quasi all'improvviso forse un pi gratitudine che arriva come un vento tra le strade e tra i palazzi". "Le montagne":  leggerezza che dice tutt'altro: "Tu mi rispondi così: un paese ci vuole non fosse che per il gusto di andarsene lascio i miei libri sul ramo corro al treno tu aspetta se vuoi". "A passo d'uomo": parlato in dialetto siciliano: "A passo d'omu camninava, comu caminava l'omo accussi caminava la machina".Chiude "I Calendari":  "E sembra che non finisca mai settembre e se domani cambierò tu riconoscimi dagli occhi o dalle linee delle mani.. basterà di certo "Cristina Donà", unita a un mood vintage, nostalgico ma avvolgente e sinuoso. E' di certo un buon disco, incanalato verso scelte ben precise, che hanno una sua ragion d'essere,  ma dal talento, si pretende anche un di più, che oggi non c'è...  ma sappiamo anche che le nostre orecchie sono affidata buone mani.

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