"Roberto Angelini e Pier Cortese" sono i "Discoverland", "Drugstore", l'album che contiene otto celeberrimi brani riletti nella maniera meno ovvia possibile più un inedito Il Pusher. Un lavoro dove si sente il divertimento e la passione che ci hanno messo gli artisti, pienamente restituita all'ascoltatore che si ritrova catapultato in un mondo parallelo dove i classici che lo hanno segnato sono talmente stravolti che non sa se si trova in un sogno o se ha sbagliato universo. Qualcosa del tipo "I Viaggiatori" avete presente la serie tv di un bel pò di anni fa? No? Non fa niente, era per mettere l'accento sul valore dei brani resi in questa forma, dove stona forse la sola "Killing in the name", dove i nostri hanno esagerato pesantemente... ma l'album è delizioso, a cominciare da gli U2 di "I still haven't found i'm looking for you": triturati in un folk con venature country dall'incedere sognante e nella parte finale un pizzico di “Somebody to love” dei Queen, trova felicemente il suo perché, così come "Lucy in the sky with diamonds": country e banjo in evidenza, non mancano gli scorci psichedelici quasi per rispetto."Te drug's don't work": tutta giocata sul ritmo coi bassi in risalto, rispetto al pazzo dei Verve in origine acustico, viene anche diradato il ritornello eliminando il pathos dell'originale... è praticamente un originale. "Stayn' alive": in chiave blues, sensuale e cupa nel ritornello, con un solo di weissemborn che è una citazione del classico di Otis Redding “Sittin on the dock of the bay” è una delle perle dell'album. "La cura": reggae, scarna ed essenziale, non dispiace ma è preferibile "L'isola che non c'è": con ancora le ritmiche in levare, più oscura decisamente, affascinante, col finale di Clint Eastwood dei Gorillaz. "All Apologies": intro psichedelico, mood complice, armonioso il ritornello, spogliata di rabbia, sospesa, una sorta di mantra, sicuramente efficace. "Il pusher": "capita una casa accanto a una discarica"l'unico brano inedito, fa molto Tromancino/Sinigallia:"noi rimaniamo sospesi nel tempo" ma è di sicuro impatto. "Killing in the name": Un brano dalla potenza disarmante, vero anthem generazionale, viene reso dai nostri con un country ridotto all'osso, per banjo e voce, sa quasi di presa per il culo, è davvero troppo il senso di straniamento come avevamo accennato all'inizio.
Un viaggio folk, dal sapore d'Oltreoceano quello di Matteo Nativo in "Orione" ( RadiciMusic Records) , per seguire una stella, la più luminosa, per non perdersi e per tornare a casa. Perchè è bello il viaggio, ma è anche più dolce il ritorno. Matteo Nativo per la prima si cimenta con un album di inediti e ci arriva ad un'età indubbiamente matura e consapevole oltre che con ottimi compagni di avventura: Francesco Moneti (violino), Bob Mangione (armonica), Michele Mingrone (chitarra), Lele Fontana (piano e hammond), Elisa Barducci e Claudia Moretti (cori) e con l'apporto e la voce della cantautrice Silvia Conti. Perdersi. Dicevamo. Ed è da qui che il nostro inizia questo concept musicale, con " Che ora è" , raccontando la separazione dalla moglie, del senso di sconfitta e del caldo afoso che opprime, giusta condizione di sopraffazione: "Non so che ora è, che giorno è, di questa estate che...". E' raro fare uscire come singolo una cover, ma...

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