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Edoardo Pasteur - Dangerous Man


Il genovese Edoardo Pasteur da sportivo approda alla musica con un'autoproduzione in “Dangerous Man”, un album pop rock, ricco di citazioni, musicali ma soprattutto cinematografiche. Un disco fatto col cuore senza dubbio, che è volutamente rivolto al sound oltreoceano, che cerca di strizzare l'occhio alle ballad folk e principalmente alle colonne sonore dei cult americani. Ad accompagnare Pasteur in questo viaggio made in Usa: Luca Borriello, Giacomo Caliolo, Toni Colucci, Pino Di Stadio, Stefano Molinari, e Marco Biggi. 
Ma purtroppo l'album ha dei forti limiti strutturali, musicali, negli arrangiamenti, nella pronuncia. Per cui tutto resta molto lontano dalle intenzioni dell'autore. “Big Fish” ci dice subito di cosa si “parla”. Chitarre molto Carlos Santana, per un testo “burtiano”, mentre un leggero manto di riff rock ammiccanti si dipana per la title track, con i suoni che ricordano il flauto di pan che si lascia ispirare dal soldato Lawrence d'Arabia. Anche Pasteur vuole ricordare in questo album la strage del Bataclan in “Brothers (Paris, 13th November 2015)”, “fratelli e sorelle” che sono morti in una serata che doveva essere di puro divertimento. Tasti ipnotici e suoni lontani da dove emerge solo l'hammond. Pezzo molto debole che poi dà spazio all'intro mitologico di “Fire (Prometeus Song)” anche se poi sono le 6 corde ad addormentare il pezzo che non ha altri spunti così come “Let it rain” che sembra riprendere lo stesso mood per poi ridestarsi nella seconda parte, dove nel breve bridge il coro è molto soul. 
In “Princess gaze” si cerca di mimare il suono delle cornamuse che però non soddisfa l'intenzione originale. “The Runaway train” non si discosta dai tre brani precedenti: i riff non hanno un gran mordente, perdendosi dietro la vocalità a volte precaria di Pasteur, meglio probabilmente l'assolo finale. Le elettriche invece sono più convincenti in “Hey hey you (The warriors)”, che come afferma lo stesso Pasteur è ispirato a “I guerrieri della notte”, film del 1979, qui sottoforma di una una tipica ballad folk. Peccato per l'hammond che nel disco poteva essere valorizzato ancora di più. Si vira verso una bossa in “Come sit by my fire”, dove ancora una volta, chissà se volontariamente o meno, emerge un'aurea alla Santana. Tutto sospeso in “Whatever it takes”, una ballad anni '80 dai synth sdolcinati. Poi la batteria cerca di donare un piglio più deciso al pezzo che non ce la fa a decollare.  
“I got a name” sforna chitarre, riverberi ed una sezione ritmica “loopata”. Anche qui citazioni, in primis “Via col vento” così come in “Carry the fire” che il nostro ricollega a “The road”, romanzo di McCarthy trasposto cinematograficamente da John Hillcoat. Ennesima ballad ricca di riff e con l'hammond sullo sfondo che non riesce a venir fuori.  Chiude “Child of the storm”, cantata con EleNina Barberis, dove Pasteur recita la parte che interpreta. Sound stantio che non lascia traccia nella prima parte. Poi gli strumenti tentano di prendere per mano il brano con delle incursioni elettroniche su cui si poteva pigiare il freno. 

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