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Moltheni: la recensione di "Senza Eredità"

 

Senza Eredità” ma con troppi ricordi da sviscerare per guardare il Moltheni di oggi e capire chi è. Il tempo è maturo e dopo 11 anni, 11 lunghi anni per cercare quella libertà di cui tanto si parla in questo lavoro - frammentati dall’introspezione in quanto Umberto Maria Giardini - finalmente è ritornata la punta di diamante della scena indipendente italiana. 

In questo album prodotto con Bruno Giordano per la Tempesta Dischi, il cantautore di “Splendore Terrore” racimola memorie di ragazzino, di giovane uomo, di amori appena sbocciati che donano quelle vibrazioni create dagli effetti e dall’inconfondibile voce suadente e stanca. Vibrazioni che recuperano anche il rapporto a volte complesso con il pop, il beat, attingendo a piene mani da un passato musicale più english, mettendo un po' da parte l’indie rock di cui è stato uno dei “padri fondatori”A suonare nell’album anche Marco Marzo Maracas, Paolo Narduzzo, Massimo Roccaforte, Salvatore Russo, Egle Sommacal, Gianluca Schiavon, Floriano Bocchino, Emanuele Alosi, Carmelo Pipitone, Riccardo Tesio, con la sezione d’archi scritta e diretta dal maestro Carlo Carcano. I testi, che contengono gli accostamenti azzardati a cui Moltheni ci ha abituato negli anni, sono spesso figli di ricordi, di immagini ricostruite con la mente, puzzle. “Senza Eredità” commuove a chi ha già un passato. Moltheni, tra coetanei musici dalle giacche firmate e i capelli laccati, arriva a mettere disordine, a scapigliare questo mondo finto perfettino dell’indie italiano. Grazie, ne avevamo bisogno.

“La mia libertà”: morbide chitarre e ‘profondità di campo’ grazie a Rodhes e Hammond per “oggi cerco ancora la mia libertà metto in fila indiana le mie colpe” con la scelta di effettare eccessivamente la voce, come se giungesse da altri tempi, “da un monte” su cui Moltheni guarda il panorama della sua vita col “dito medio temerario”, cercando ancora il bene più prezioso di ognuno di noi. Di melodia si abbonda, grazie a sonagli e sezione d’archi. Il finale che ci si aspettava è molto brit pop.

“Ieri”: si adagia su un valzerino in cui “La mia grande città non è veleno ma limita le cose che potrebbero fare la differenza per stare in piedi” e un chorus sognante e danzante, con il nostro che si lascia trasportare in una bolla che vola sui ricordi, in quel “lo sciocco ride intanto il ricco compra, cavalca l’onda…” e le note della 6 corde si trascinano un finale di echi.

“Estate 1983”: “Potremmo cominciare ad ignorare il tempo, ad asciugare i piedi al vento, a definire i ruoli, a rimanere fuori dall’acqua torbida...” e “tornare un po' bambini” in quel mondo lì inquadrato in una serie di fotogrammi diventati canzone, cantati con la tipica dolce vocalità di Moltheni, che sempre etereo annulla tempo e spazio e a risentirla commuove. Gli arpeggi si muovono rapidamente, alla ricerca “del nostro primo amore”, la miccia che accende tutto.

“Se puoi, arda per me”: sezione ritmica più possente, il brano viene fuori subito, ne ha necessità… come dice nella frase “male, bene, male… pretendi sempre più” e la pretesa muove la voglia, l’ardore, gli sbagli adolescenziali, il “teen spirit” nirvaniano, il naturale proseguo del bacio trafugato del pezzo precedente. Moltheni vuole cogliere quella mela “come tutti quelli che mangeranno anche te”.

“Il quinto malumore”: si muove come un beat con la batteria serrata, le elettriche che procedono libere “E intanto ti muovi a mala pena, quello che basta per piegare la tua porno schiena”, ancora una frase di quelle “azzardate” e che ci fanno godere. L’amore giovane può consumarsi e consumare, logorare due persone, lo si evince da “Con quella faccia riesci a riciclare questo amore” di cui rimane l’insana abitudine, come un cibo industriale che fa male a lungo andare.

Ester” è un pop che vira spesso verso alterazioni funzionali con una bella chitarra ritmica. Il protagonista si lascia guidare da “reminiscenze” verso “trappole cattive” verso di lei, lei a cui chiede di portarlo via, inebriato com’è, perso ... dietro a un cielo con le stelle e io povero come un Dio, a cui non restano nemmeno quelle”.

Nere geometrie paterne”: un altro beat accattivante e suadente, un testo che riesce ad essere poesia, a raccontare con occhi altri, quelli di una bambina che si fa donna, che incontra il mondo 'macho', le parole patriarcali; poi la ribellione, come una figlia si ribella al padre, metafora dell’uomo più forte e temibile in quanto tale, brano intenso: “Cominciò in un inverno glaciale, il mio netto distacco da te, non fui più una bambina normale, ma potetti vivere…”.

Spavaldo” è una ballad. Moltheni si fa uomo, maturo e consapevole “Privi di biglietto e di un cuore finto” e quelle “mani dentro al petto” si fanno ridondanti, come a convincersi, come monito, per dire dai, “come me lo dirai ora?”.

Sai mantenere un segreto?”: un brano che si lascia attendere, dal sound anni ‘90. Gli arpeggi della chitarra leggermente cacofonici e mestamente il nostro canta “Scendo al bar 5 minuti, ci vediamo martedì magari in un’altra vita” e una storia scivola di nuovo via tra un ritorno a casa da lavoro e l’altro.

Il mio tempo”: sound retrò, volutamente sensuale. Quegli amori che si perdono dietro i logorii per il cantautore sono da allontanare, perché rendono amara la vita. Ed è qui che tornano ancora i ricordi, in cui “... ogni orgasmo è un lamento, la tua carne un incontro con il mio tempo”.

Tutte quelle cose che non ho fatto in tempo a dirti”: sempre più etereo, spaziale, dove anche le chitarre rallentano, come a volere attendere il suo autore... “Meritavamo di più, vittime di una follia che abitava abusiva in un appartamento della mente mia” ed una sorta di mea culpa. Questa volta è lei sopraggiunta per liberarlo dai pesi, dai ricordi, dai dolori.


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