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Adolescence, la recensione della serie Netflix



Adolescence (Netflix)

“Papà, io non ho fatto niente”

“Adolescence” è una serie targata Netflix, approdata sul canale on demand da circa un mese e già diventata cult. Una serie che già dal trailer è chiaramente potente sia nella narrazione che nel linguaggio. Farà sicuramente incetta di premi nei prossimi appuntamenti, perché “Adolescence” ha dalla sua anche un valore interpretativo del cast incredibile. Scritta e diretta da Stephen Graham che nella serie interpreta Eddie Miller, la serie è tratta da non solo una, ma tante storie realmente accadute, perché parla di rabbia adolescenziale, di rifiuto, di cyber bullismo, di ragazzini socialmente disturbati, di un mondo pericoloso che si apre con i social e si chiude col semplice fatto che i ragazzi di oggi non sanno più confrontarsi col mondo reale, quando si ritrovano alle prese con i loro stessi coetanei e soprattutto col sesso opposto che ormai viene visto quasi come un oggetto. C’è la ripresa singola per quasi tutta la durata degli episodi, c’è tanto primo piano, c’è molto silenzio, ma nonostante tutto “Adolescence” è una serie autorevole, che lascia il segno. Ma non è una serie facile da guardare. Ci troviamo nello Yorkshire, l’ispettore Luke Bascombe (Ashley Walters) e il sergente capo Misha Frank (Faye Marsay), dopo una segnalazione irrompono in casa di una famiglia “per bene” e arrestano il loro figlio, un ragazzino di 13 anni con l’accusa di omicidio ai danni di una coetanea. Da lì parte la storia e si espande in 4 episodi nell’arco di 13 mesi. Vivremo dentro le mura di casa Miller, seguendo passo passo le parole di Eddie, il padre, di Manda (Christine Tremarco) e della primogenita Lisa (Amelie Pease), una famiglia devastata da un avvenimento che li prende alla sprovvista e che distrugge completamente gli equilibri. Non hanno nemmeno un avvocato, gliene verrà dato uno d’ufficio, Paul Barlow (Mark Stanley). Nel frattempo Jamie, interpretato magistralmente da Owen Cooper, presunto colpevole, si confessa fin dal primo momento innocente, ma c’è un video di una telecamera di sicurezza che lo inchioda, si vede il ragazzino che pugnala ripetutamente la sua compagna di classe, Katie. Parte da qui la storia e il primo episodio si svolge quasi interamente all’interno del distretto di polizia, nel secondo invece ci sposteremo nella scuola di Jamie, dove i due poliziotti cominciano ad interrogare amici e compagni del ragazzo, con non poche difficoltà, ma è il terzo il vero momento che da la certezza di trovarci di fronte ad una serie di grande fattura, un episodio che si svolge 7 mesi dopo l’omicidio, in cui per 50 minuti osserveremo un dialogo tra la psicologa Briony Ariston (Erin Doherty) e Jamie all’interno del centro d’istruzione di Standling, struttura psichiatrica dove viene rinchiuso il ragazzo in attesa del processo. Qui si nota quanta rabbia ed aggressività nasconda dentro di sé Jamie e quanta difficoltà e fragilità, di contro, porta con sé donna, che sopraffatta da quell’incontro, sul finale dell’episodio si ritroverà da sola in lacrime. “Adolescence” è una serie psicologica, emotiva, che si insinua nel male più ingenuo e pericoloso, una serie che ci fa mettere tutti in gioco, come genitori, come insegnanti, come cittadini adulti, ricordando i bambini che siamo stati. La serie presenta una pecca, è altalenante nella velocità della narrazione, si fa fatica, soprattutto nell’ultimo episodio, il quarto, in cui Jamie nemmeno compare, ma nel quale i protagonisti sono la famiglia Miller, o meglio ciò che ne è rimasto, che 13 mesi dopo cercano di ricominciare a vivere nella normalità, ma qualsiasi cosa glielo impedisce, la comunità che li deride e li esula ed il semplice andare in un negozio diventa fonte di frustrazione ed angoscia, ma proprio questo episodio, che dovrebbe essere quello più importante, è in realtà il più debole, si fa fatica a non annoiarsi, ci sono scene lunghissime in cui non accade nulla, però c’è comunque tanto dietro, c’è molta emotività, c’è troppa qualità di fondo per lasciarsi abbattere da qualche minuto di noia, e non si può non considerare che ad oggi risulta essere senza dubbio una delle miniserie migliori degli ultimi anni. 


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