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Ivan Francesco Ballerini "La guerra è finita", la recensione dell'album


Si chiama "La guerra è finita" il nuovo album del cantautore di razza Ivan Francesco Ballerini, il quarto della sua carriera. Un titolo alquanto emblematico e sempre attuale, visti i venti di guerra, atroci, insensati, che sconvolgono il mondo e sempre più vicini a noi, come accade in Ucraina o a Gaza. E Ballerini non vuole lasciare nulla di intentato, ribadendo ancora quanto la poesia e la bellezza possa spegnere qualsiasi atrocità. Lo fa con le sue ballad dolci, malinconiche, sfruttando la voce di Lisa Buralli nel 'prologo' del disco, "Il mondo aspetta te (Overture)". La title track, una ballata d'antan: "Leggerai presto la mia storia su un libro di italiano o scritta sopra un muro di una città", nel ricordo di quanti hanno combattuto guerre da cui non hanno più fatto ritorno. Il mood si dipana anche per "Tra le dita", con gli arpeggi che accompagnano la vocalità del nostro, tra i ricordi "macigni in fondo al cuore" e che pian piano si apre verso un non-ritornello folk. 
Raccontare con delicatezza l'adolescenza attraverso la guerra non è semplice, Ballerini riesce con la regola di voce e arpeggio e gli strumenti che via via entrano in scena come nelle irish song: "Costruire il tuo futuro tra bombe e distruzione, rischiare la tua vita per non perdere lezioni". 

Il singolo "Linea d'ombra" porta con sè una scia corale etera che trae ispirazione dal romanzo di Joshep Conrad: "raccogliere quel che resta del cuore in un foglio di carta stagnola, restare inchiodati per terra mentre il resto del tuo corpo vola" è un'immagine fortemente sentimentale, ancorata alla malinconia del ritorno, alle proprie radici. La 6 corde danza verso "le strade del mondo" e Ballerini "non ha padroni", segue la sua musica, circolare e morbida. La successiva "Perchè mai - a Nedo e Janet" è una canzone dedicata a Nedo Baglioni, il regista video di Ballerini e a sua moglie Janet, un'unione che ha portato alla nascita della loro figlioletta a suggellare quanto forte sia l'amore rispetto alla guerra. Il pezzo più folk di tutto l'album. 

Per "Vestire parole" il cantautore si è lasciato trasportare da uno dei racconti di “Il sistema periodico” di Primo Levi, bella la parte dell'assolo di chitarra, persino suadente con una ritmica jazzata. L'album si chiude con il brano d'apertura, in cui ritorna, in maniera ancora più sonoramente etera, il concetto che l'arte in qualche modo se non salverà il mondo, lo renderà sicuramente migliore. Una dedica potente al padre pittore. 

L'album gode dell'apporto di Alberto Checcacci alla direzione artistica, di Giancarlo Capo per gli arrangiamenti, la chitarra acustica e classica, di Gaminol Wider al basso elettrico, di Stefano Indino alla fisarmonica, Juan Carlos Zamora all'armonica a bocca, Luca Trolli, Alessandro Melani, Riziero Bixio alla batteria, Marco lazzeri al pianoforte elettrico e organo hammond, Daniele Grammaldo ai cori, della voce solista e dei cori di Lisa Buralli.


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