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Depookan "Sang et Cendre", la recensione


A trent’anni dal loro esordio, tornano i Depookan, formazione toscana fondata da Susy (Luana) Berni e Nicola Cavina, con un disco che è insieme rito, sogno e resurrezione sonora. Il titolo, “Sang Et Cendre” — sangue e cenere — dice già tutto: è un concept album che indaga le zone oscure dell’animo umano e il fragile confine tra distruzione e rinascita. Un ritorno quindi mistico e inquieto di una band sospesa tra rito, mito e suono elettronico. Il sound world del duo si muove in bilico tra ritualità arcaica e modernità elettronica, tra mitologia celtica e sperimentazioni rock, tra strumenti veri e timbri digitali volutamente imperfetti. È musica che evoca più che raccontare, che costruisce paesaggi interiori dove la voce di Susy Berni è guida e incantesimo.

L’apertura con la title track “Sang Et Cendre” - che prende in prestito il nome da una saga - è una discesa lenta e viscerale nell’abisso: cupa e malata, scava profonda sia vocalmente che musicalmente, mentre la strumentazione, volutamente precaria, quasi finta, diventa metafora di fragilità umana. È il manifesto dell’album: l’inutilità della guerra e la necessità di ascoltare le proprie emozioni prima che si dissolvano in cenere. In “Talyesin Merlino” si entra nella dimensione fiabesca e corale del mito: Mago Merlino come archetipo della conoscenza che deve fare i conti con la sua parte guerriera, viene raccontato da più voci che si interrogano sul senso della vita. Qui i Depookan costruiscono un canto antico che si apre su armonie corali e riverberi eterei, un piccolo teatro sonoro di introspezione collettiva.

“Eleen Aroon” porta l’ascoltatore nei meandri di un dub mistico, in un sottosuolo popolato da presenze e simboli, come camminare nel sotterraneo di una qualsiasi metropoli.
Segue “Blood Red Shoes”, dal respiro più urbano e scuro, dove dolore e amore si fondono nel ventre della madre terra, e poi “Schule Agra”, che lascia filtrare la luce dopo tanta ombra: i tamburelli colorano come un raggio di sole, il primo, come quando si esce fuori dopo essere stato nel buio per troppo tempo. Il viaggio continua con “En Mes Pays”, che restituisce il senso profondo del disco concettuale: il desiderio di tornare a casa, fisicamente o spiritualmente. Su un “manto di synth asettici” si disegna la solitudine metropolitana, il bisogno di appartenenza in un mondo che cambia.

Nel cuore dell’album, “Mag Mor Mag Mell” apre uno squarcio fantastico e ancestrale: la protagonista si perde come Alice ma in un bosco che fa più paura. È qui che la voce di Susy si fa evocazione, preghiera, smarrimento, in un mondo celtico che diventa metafora del caos contemporaneo. Arriva poi un ospite d’eccezione: Massimo Giuntini, con la sua cornamusa irlandese, che illumina “Johnny I Hardley Knew Ya”, brano nordico e pacifico, quasi una tregua poetica prima del finale con “Peace”, una dichiarazione universale: cantata in lingua araba e in israeliano che riporta l’ascoltatore al presente, per ricordarci di quello che sta vivendo il nostro tempo, senza folletti e senza gnomi, ma con uomini potenti e bande armate, morte e distruzione. Il disco si chiude così, con una ferita e una speranza. Perché, come suggeriscono i Depookan, sognare un mondo nuovo è forse l’unica forma di resistenza possibile.



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