Le sonorità richiamano chitarre sporche e pulsanti, con arrangiamenti che alternano muri sonori a momenti più rarefatti, quasi sospesi. È in questi spazi che emergono le liriche, sferzanti e visionarie, con un linguaggio stratificato, mai banale, che richiede attenzione ma ripaga con immagini potenti e persistenti. Il vero cuore del lavoro, però, è tematico: una sfiducia all'oggi, percepita come artificiale e disumanizzante, contrapposta a un desiderio quasi viscerale di autenticità, come in "Padre Nostro". Il ritorno al primordiale diventa così un atto rivoluzionario, un ritorno necessario in un mondo dominato da simulacri digitali come nel brano ChatGpt. Un lavoro che non cerca compromessi, capace di graffiare e far riflettere, mantenendo sempre una forte identità sonora e poetica, come ne "Il Velo di Maya", alla ricerca di "un limite", dove la follia quotidiana non è più tollerata. Spazio anche alla cover fedele di "Shout".
Un viaggio folk, dal sapore d'Oltreoceano quello di Matteo Nativo in "Orione" ( RadiciMusic Records) , per seguire una stella, la più luminosa, per non perdersi e per tornare a casa. Perchè è bello il viaggio, ma è anche più dolce il ritorno. Matteo Nativo per la prima si cimenta con un album di inediti e ci arriva ad un'età indubbiamente matura e consapevole oltre che con ottimi compagni di avventura: Francesco Moneti (violino), Bob Mangione (armonica), Michele Mingrone (chitarra), Lele Fontana (piano e hammond), Elisa Barducci e Claudia Moretti (cori) e con l'apporto e la voce della cantautrice Silvia Conti. Perdersi. Dicevamo. Ed è da qui che il nostro inizia questo concept musicale, con " Che ora è" , raccontando la separazione dalla moglie, del senso di sconfitta e del caldo afoso che opprime, giusta condizione di sopraffazione: "Non so che ora è, che giorno è, di questa estate che...". E' raro fare uscire come singolo una cover, ma...

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